1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO

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martedì 13 maggio 2008

Ramon Mantovani: Vendola e Liberazione puntano sul carisma del leader...

Dopo il Comitato Politico Nazionale il quotidiano Liberazione che fa? Intervista Nichi Vendola (tutta la seconda e parte della terza pagina, richiamo in prima e due foto) facendogli domande del tipo: Ferrero dice Ferrero propone, in modo che possa rispondere, travisare, mentire. Sabato si era discusso di politica, ma Vendola non ha sentito il bisogno di dire la sua. Però si è “candidato” alla segreteria del partito in una conferenza stampa. E Liberazione lo intervista per questo. Così i lettori, questo è il giochetto sporco, hanno l’impressione che ci sia un candidato del partito e che gli altri siano dissidenti. Così hanno l’impressione che ci siano già due candidati, uno osannato dal popolo e l’altro frutto di un complotto. Così che non si discuta di cosa è successo negli ultimi due anni e di cosa bisogna fare, bensì di presunte identità statiche e di meravigliose capacità suggestive, innovative e comunicative. E’ la prima volta, lo dico per i lettori che non lo sanno, che nel Partito della Rifondazione Comunista, qualcuno annuncia che si candida alla segreteria del partito. Ben sapendo che non sarà il congresso ad eleggerlo bensì il nuovo comitato politico nazionale eletto democraticamente sulla base dei consensi dei diversi documenti. In un partito democratico bisogna prima decidere una linea politica e poi un segretario, non scegliere una persona che poi detterà in modo monarchico la linea che vuole lui. Ciò che ha fatto Vendola è un’altra ferita inferta ad un partito che è stato troppo malato di leaderismo e che così rischia di scivolare nel Veltronismo più bieco. Non a caso Vendola gode già, da diverse settimane, dell’appoggio esplicito del Partito Democratico e di tutto il suo sistema informativo. Vendola, nella conferenza stampa, ha parlato moltissimo di se stesso ed ha detto che salverà il partito, la Puglia e la sinistra in generale. Va bene che ha un filo diretto con Padre Pio e con Dio ma mi sembra un tantino esagerato. O no? Io confido nell’intelligenza delle compagne e dei compagni, nella loro voglia di ragionare, capire, decidere. Evidentemente Vendola confida nella paura del futuro, nell’istinto ad essere rassicurati da un leader o da un falso profeta.
SANSONETTIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII….. Ti comunico che nella mozione che ho firmato, come tutti in ordine alfabetico, siamo tutte e tutti candidati alla segreteria del partito ed abbiamo diritto allo stesso spazio di Vendola. E non chiediamo un giornalista inginocchiato, coma Anubi D’Avossa Lussurgiu, per essere intervistati. Non ne abbiamo bisogno.

Appello a tutta la sinistra per costruire l’opposizione sociale nel Paese, viste le pulsioni consociative che si esprimono in Parlamento

Che Berlusconi dopo aver vinto le elezioni provi a realizzare il suo programma senza conflitti mi pare normale. E´ l´obiettivo di ogni governo. Il problema è la reazione del PD che invece di contrastare i contenuti di questo progetto pare intenzionato al dialogo emendativo. Si ha addirittura l´impressione che il PD cerchi di trarre la propria legittimazione proprio dal riconoscimento che gli viene da Berlusconi. In questo contesto è assolutamente necessario che tutta la sinistra, politica e sociale, si riunisca per costruire una piattaforma di mobilitazione contro i propositi berlusconiani. Che in una situazione in cui un terzo delle famiglie italiane non arrivano a fine mese, l´unica misura ipotizzata sui salari consista nella detassazione degli straordinari e delle liberalità in un quadro di riduzione del peso dei contratti nazionali di lavoro è un fatto vergognoso e destinato a ridurre ulteriormente il potere d´acquisto medio dei salari. Il governo Berlusconi sceglie di foraggiare i grandi interessi anche quando ripropone un piano di grandi opere osteggiate dalle comunità locali in un contesto in cui mancano i soldi per la sanità e gli anziani e non ci sono case popolari per chi ne ha bisogno. Per questo rivolgo un appello a tutta la sinistra per costruire nel paese quella opposizione che il PD pare non voler costruire in Parlamento. Il 2 giugno, già proposto dalla redazione della rivista Carta, potrebbe essere una data buona per una prima assemblea di massa

La Sinistra Arcobaleno non c’è più, inutile tentare di resuscitarla.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che la Sinistra Arcobaleno è finita. Il Pdci se né andato, i verdi si presentano al Congresso con tre mozioni, Sinistra democratica è agonizzante e Rifondazione comunista è divisa. Nel migliore dei casi, quel che resta del vecchio progetto sono pezzi che tentano di riunificarsi per dare vita ad un partito bonsai. E’ questa la proposta di Vendola-Bertinotti: un soggetto senza futuro che si candida in prospettiva al confluire nel PD.
L’unica alternativa è rimettere in piedi un partito comunista consistente, cardine della ricostruzione di una unità della sinistra, non ambigua, animata da un autentico pluralismo e legata ad un impegno concreto sulle grandi questioni sociali. Le mezze misure, i patti federativi, le mille proposte che continuano ad illudersi sulla possibilità di costruire un soggetto unitario e plurale, sono destinate ad essere superate dagli eventi.

Gianluigi Pegolo Comitato di Gestione Prc Area de L’Ernesto

venerdì 9 maggio 2008

Trent'anni fa il barbaro assassinio del giovane di Cinisi

Brecht diceva: «Non è detto che ciò che non è mai stato non possa essere». Sono trascorsi, infatti, ormai trenta anni dal tremendo omicidio politico mafioso di Peppino Impastato e, alla fine, dopo anni di sofferenza, di lotta e di isolamento, la verità è stata fissata dalla magistratura e dalla relazione della Commissione antimafia che ho avuto l'onore di redigere: nel caso di Peppino Impastato lo Stato ha compiuto un vero e proprio depistaggio perché non si scoprisse, come era possibile, dal primo momento che si trattava di un delitto di mafia. Dobbiamo la verità all'impegno difficile e quotidiano di mamma Felicia, di Giovanni Impastato, dei compagni di Peppino, di Umberto Santino e di Anna Puglisi. Ho due immagini, fra le tante, nella mente.
La prima così è descritta da Giovanni Impastato: «Sfilammo nel '79, per le troppo silenziose strade di Cinisi, facendo tesoro delle scelte e del percorso di Peppino, considerato ancora allora dallo Stato un suicida o un terrorista saltato sulla bomba che stava innescando. nella prima manifestazione nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut»
«Dal Centro di documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia proletaria, di cui Peppino era stato eletto consigliere comunale e a quella parte di movimento che era rimasta profondamente colpita dall'ufficisione di Peppino. Eravamo in due mila». La seconda immagine che ritengo il movimento più bello della mia vicenda politica, è quella di mamma Felicia che, quando, nella casetta di Cinisi, nel 2000, le consegnammo la relazione della Commissione antimafia, che sanciva il depistaggio di Stato e chiedeva scusa in nome del Parlamento italiano (caso tuttora inedito) soffiò, in un orecchio la frase: «Oggi mi avete resuscitato Peppino». Si chiudeva una vicenda iniziata tragicamente nel '78. E' importante parlarne oggi anche perché Peppino va sottratto al destino di una icona strumentalizzata: è bello che sia considerato, da tanti giovani, da tante ragazze, un Che Guevara contemporaneo, ma è più importante viverlo nel suo contesto, affinché il ricordo sia stimolo per continuare la sua lotta. Peppino fu uomo del '68, non va dimenticato. Fu un compagno dell'antimafia sociale, quella difficile, non quella ufficiale, spesso ipocrita, banale e trasformista. Peppino era un militante che organizzava mobilitazione sociale; era profondamente impegnato politicamente; era precursore, nella sua capacità di utilizzare la metafora, l'irrisione, il sarcasmo come strumento di lotta politica e di desacralizzazione dei capi mafiosi, di una intensa criticità moderna. Le trasmissioni di Radio Aut sono un esempio straordinario di controinchiesta e di controiformazione.
Il trentennale è l'occasione per riflettere sul suo pensiero e sulla sua iniziativa anche, quindi, per evitare di farne un mito astratto. Peppino è stato un militante della "Nuova sinistra" come ci ricorda Umberto Santino, da Lotta Continua alla candidatura con Democrazia proletaria, in polemica aspra con il partito comunista del compromesso storico, che vedeva la mafia solo come fenomeno dell'arretratezza dello sviluppo. Peppino pensava, invece, che il neoliberismo fa bene alla mafia. Lottò con i contadini, con gli edili, unendo lotte sociali e impegno culturale. La sua antimafia correva nel solco della lotta di classe, di massa, dei braccianti, delle lotte contadine non del conformismo, della legalità formale e del sistema di relazioni politiciste. La sua analisi delle mafie, partendo dalle elaborazioni di Mario Mineo, figura di straordinario rilievo teorico, seppe guardare ad esse non come fenomeno terroristico legato a nicchie di arretratezza, ma come parte integrante dei processi accumulazione del capitale, capace di adattarsi ai mutamenti dei contesti strutturali e di contrattare, di volta in volta, il potere con le rappresentanze politiche.
E' anche in questa percezione critica il motivo dell'attualità di Peppino. Anche ora, infatti, la maggioranza delle forze politiche tende ad illustrare, come fa ad esempio la relazione dell'antimafia del 2001, la mafia come gangsterismo, per celarne la sua internità alla politica, all'amministrazione, alla finanza, ai processi internazionali della globalizzazione liberista. Parlano di una mafia virtuale che non esiste per puntare l'attenzione investigativa solo sulle campagne sicuritarie contro i migranti. L'antimafia sociale è, allora, costruzione di presidi democratici, connessione fra lotta democratica e sociale; è antimafia in movimento, dentro l'organizzazione della conflittualità sociale, come ci insegnò Pio La Torre. Le mafie si sconfiggono attaccandone beni, ricchezze, profitti, individuando un nuovo spazio pubblico. E' indispensabile rilanciare i meccanismi, su cui l'associazione "Libera" tanto lavora, di sequestro e confisca di beni mafiosi; facendo lavorare le terre confiscate alle mafie attraverso una destinazione d'uso sociale cooperative di giovani e ragazze che, insieme, lottano le mafie ed agiscono una occupazione di qualità. Peppino fu precursore del movimento altermondialista: lottava «per un altro mondo possibile».

mercoledì 30 aprile 2008

1° Maggio 2008 - Più diritti, meno precarietà

In questo Primo Maggio, Rifondazione Comunista è nelle piazze di tutta Italia con i sindacati, le forze della sinistra, le organizzazioni e le soggettività democratiche e di movimento, per affermare i valori del lavoro e i diritti dei lavoratori. L’appuntamento quest’anno si carica di energie e aspettative particolari, dopo la sconfitta alle elezioni politiche e l’uscita dal Parlamento. Siamo convinti che, nonostante l’assenza di nostri rappresentati tra i banchi della Camere e del Senato, continueremo a rappresentare le istanze di tante lavoratrici e lavoratori e saremo più stimolati a scendere nelle piazze e ad entrare nelle vostre lotte, per far valere e rispettare i diritti di tutti. È una giornata di grande, autentica, festa per sottolineare con forza la centralità dei bisogni e dei diritti delle persone che lavorano, per un necessario, profondo rinnovamento della società in cui viviamo. In questi anni i ricchi sono diventati straricchi godendo di tutele ed incentivi, mentre nei ceti popolari dilagano la precarietà e le nuove povertà e persino tanti lavoratori stabili, a tempo pieno, non guadagnano abbastanza per arrivare alla fine del mese. Impossibile dimenticare quanto le scelte neoliberiste abbiano approfondito le spaccature sociali e di potere. Il Governo dell’Unione, non rispettando il programma per il quale era stato eletto, non ha attuato politiche contro la precarietà e a tutela del lavoro, dei salari e delle pensioni, che in questi anni sono stati falcidiati dall’inflazione, anzi, per certi aspetti e come più volte da noi ribadito, ha persino peggiorato la situazione con l’introduzione del Protocollo del Welfare. Il nostro partito, nei quasi due anni al governo, si è spesso battuto affinché si utilizzassero le risorse a disposizione per la risoluzione di questi problemi e della piaga degli incidenti sul lavoro, ma spesso, all’interno della stessa maggioranza, ha incontrato la decisa e netta contrapposizione di altre forze politiche che hanno preferito destinare più fondi alle imprese ed alle spese militari. Soltanto per senso di responsabilità Rifondazione Comunista ha tenuto in piedi il Governo, perché riteneva e ritiene che l’avvento di un nuovo Governo Berlusconi non farà altro che peggiorare le già difficili condizioni dei lavoratori italiani. Per questi motivi continuiamo a ritenere indispensabile l’abolizione della Legge 30 e l’introduzione di un meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni al costo della vita.

martedì 29 aprile 2008

Per battere il populismo e la demagogia della destra ricostruire la sinistra sociale

Dalle elezioni risalta chiara la vittoria della destra populista. Lega al Nord, Alemanno a Roma. Questa destra utilizza il disagio sociale crescente e la paura nel futuro per proporre la guerra tra i poveri. L’immigrato, lo zingaro, il drogato, il diverso diventano così il capro espiatorio contro cui costruire la comunità dei votanti a destra. La logica proposta è semplice: la coperta è stretta, lasciamo fuori i piedi di qualcun altro. Per battere questa destra è necessario ricostruire un conflitto sociale efficace e riattivare percorsi di democrazia sui territori e nei luoghi di lavoro. La vittoria del sindaco del centro sinistra a Vicenza ci parla di questo: no al raddoppio della base statunitense e referendum sulla medesima. E’ quindi possibile battere la destra populista nella misura in cui la sinistra è in grado di ricostruirsi contro i poteri forti, nella riattivazione della democrazia dal basso e del conflitto sociale. Il progetto politico del PD di Veltroni è invece completamente fuori gioco. Per mille motivi ma in primo luogo perché non fa i conti con la realtà. Propone un ottimismo da Italia anni ‘60, da adolescenza vissuta nel miracolo economico mentre la gran parte degli italiani guarda al futuro con timore quando non con paura, come se fossimo dentro Blade Runner. Il PD ha perso perché il suo progetto è minoritario, parla di una Italia normale che è minoranza e quando vuole parlare alla “pancia” del popolo lo fa inseguendo la destra sul terreno securitario. Per questo, per sconfiggere questa destra populista non ha alcuna efficacia il frontismo; serve la ricostruzione della sinistra sociale cioè la battaglia per “allargare la coperta” andando a prendere poteri e risorse da “lor signori”

lunedì 28 aprile 2008

La rifondazione tutta da fare

di Ramon Mantovani su Il Manifesto del 27/04/2008

Quella di Nichi Vendola, nell'intervista di venerdì scorso al manifesto (clicca qui per leggere l'intervista), mi sembra un'operazione che nasconde i veri problemi e sposta la discussione su un terreno ideologico, in un'auspicata contesa innovatori contro conservatori.
Insistere nel dire che ci sarebbe stata un resa dei conti e che la proposta del congresso a tesi sarebbe una furbizia, non è un bel modo per discutere. Chi non era d'accordo con la realizzazione degli annunci di Bertinotti, di Giordano e dello stesso Vendola, mai discussi prima nel partito, che avrebbero reso irreversibile il processo di dissoluzione del Prc, l'ha impedito con un voto e con una posizione limpida. Lo abbiamo fatto per restituire, prima che fosse troppo tardi, la parola agli iscritti e a quanti, nella sinistra, sono interessati a una discussione di prospettiva. Sarebbe interessante discutere della prospettiva piuttosto che di golpe o di contraddizioni tra i golpisti.
Come Nichi sa io mi sono opposto, fin dall'anno scorso, alla scorciatoia politicista dell'unità dall'alto. Mi sembrava e mi sembra un fuggire dal problema del governo in compagnia di forze che hanno sempre fatto della collocazione di governo il loro orizzonte strategico. Su questo Nichi non dice nulla e insiste, invece, a proporre di «ricostruire il campo della sinistra» con l'idea, curiosa, che si sa dove si comincia e non si deve sapere dove si finisce, anche nella relazione con il Pd.
Io non sono appassionato alle formulette organizzative. Mi interessa riprendere il cammino del «fare società» e dello stare «nei» movimenti, da dove è stato interrotto per l'esperienza di governo. Vorrei che l'idea dell'unità alla base della Sinistra Arcobaleno fosse completamente rovesciata. Non il «mettiamoci insieme», sorvolando su questioni strategiche come il governo, per poi vedere cosa viene fuori, bensì il ripartiamo dalle lotte, dal nostro insediamento sociale, che c'è ancora, da contenuti chiari, e su queste basi costruiamo l'unità. Per questo il patrimonio del Prc non deve essere disperso. L'innovazione che ci ha contraddistinti in questi anni non va perduta perché è indispensabile per affrontare il nostro tempo. E' l'averla ridotta a litania ripetuta, ma non praticata, a fiore all'occhiello da esibire per guadagnare l'apprezzamento di alcuni salotti buoni, che l'ha messa a rischio.
Il congresso su tesi emendabili dall'alto e dal basso, con la chiarezza del voto su opzioni politiche riguardanti il partito e la sinistra, e con una discussione libera su molte altre cose, comprese le culture politiche che sono un campo di ricerca e non uno strumento al servizio di questa o quella scelta immediata, è una proposta unitaria, non una furbizia. Sostenere che chi è per la non violenza deve per forza essere per la costituente e che chi vuole mantenere in vita il partito lo vuol fare cancellando la nonviolenza, questo sì è una furbizia. Possiamo davvero fare un congresso utile a noi e a tutta la sinistra proprio se, dopo una catastrofe di queste dimensioni, siamo capaci di rimetterci in discussione anche parlando, dolorosamente, degli errori commessi e di che cosa ci divide e di che cosa ci unisce, piuttosto che cercare una finta unità del gruppo dirigente, alla ricerca di un'autoassoluzione. Bisogna bandire le doppie verità, quelle per il gruppo dirigente e quelle per i militanti, quelle per la tv e quelle per i congressi, quelle per gli amici e quelle per i nemici. E bisogna parlare di politica e non di leader.
So bene quanto l'idea del leader salvifico, capace di comunicare in tv e di parlare suscitando emozioni, sia penetrata in un corpo politico confuso e reso impotente, proprio perché espropriato del diritto di decidere del proprio destino. Ma una discussione personalizzata fino al parossismo produrrebbe solo divisioni insanabili e un esodo di proporzioni ancor più grandi di quelle che abbiamo conosciuto nella nostra vita politica. Non si tratta di lapidare nessuno, caro Nichi, e comunque sono i mujaheddin del popolo a essere lapidati e impiccati dai seguaci dell'ayatollah che incarna l'unità indissolubile della cultura religiosa e della politica di stato.