1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO

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lunedì 23 febbraio 2009

Non si risale una montagna da soli - Haidi Gaggio Giuliani

Scorro in internet la rassegna stampa: la Palestina non si trova più nelle prime pagine dei grandi giornali, tra le notizie importanti. Nessuna sorpresa: altre popolazioni martoriate non ci sono addirittura mai arrivate. Quasi per caso nella vecchia posta ritrovo alcune foto scattate a Tulkarem, tre anni fa, quando sono andata ad assistere alle elezioni con ragazzi e ragazze dei Giovani Comunisti; siamo in gruppo e sorridenti, qualcuno tiene il braccio sollevato, la mano stretta a pugno: un gesto identitario? Sono successe molte cose in questi tre anni; i social forum, che erano la nostra speranza, nati dallo spirito di Genova 2001, si sono per lo più disciolti come neve al sole; alcuni di quei ragazzi sono andati "oltre", dove non mi è chiaro e, quel che è peggio, temo non sia chiaro neppure a loro stessi. Siamo di fronte a una gravissima crisi economica frutto di venti anni di politiche liberiste che hanno precarizzato il lavoro, tagliato i salari e accresciuta la ricchezza di ladri ed evasori. Le fabbriche chiudono; i lavoratori continuano a morire. Non c'è sicurezza per loro. Rischia di scomparire il Contratto nazionale di lavoro, scompaiono cioè le garanzie collettive sui salari e sui diritti, conquistate in tanti anni di lotte. In cambio ricompaiono i manganelli contro gli operai, a Pomigliano, contro i lavoratori dell'Innse a Milano. Non c'è sicurezza per chi difende il proprio territorio, la vita dei propri figli: linea dura delle forze dell'ordine contro i No dal Molin a Vicenza, città d'arte con coprifuoco militare. Come in Valsusa, si pretende di gestire con la forza la pacifica contestazione degli abitanti. Ma la "grande informazione" non ne parla. Non c'è sicurezza neanche per le donne nelle vie delle nostre città e, soprattutto tra le pareti domestiche, perché non saranno certamente leggi più repressive, a difenderle, bensì una cultura più diffusa, una maggiore attenzione ai problemi delle persone, maggiore partecipazione alla vita nelle città. «Ser culto es el único modo de ser libre» , ricordava José Martí nell'ottocento, ma qui la cultura viene umiliata ogni giorno, la scuola pubblica impoverita: è meglio non allevare giovani cittadini capaci di pensare con la propria testa perché potrebbero un giorno diventare uomini e donne davvero liberi. Non c'è più neppure la speranza di poter morire in pace. In cambio ritornano le leggi razziali. Assistiamo quotidianamente a colpi di mano contro la giustizia e la civiltà: medici trasformati in spioni contro gli ammalati più poveri, tanto poveri da non possedere nemmeno un documento; legalizzate le ronde; proibito indagare negli affari di lorsignori. Vengono votate in Parlamento leggi ordinarie che svuotano di significato la Carta costituzionale. In questo panorama l'opposizione a volte cinguetta con la maggioranza, a volte balbetta; quello che un tempo era il blocco sociale della sinistra si va sbriciolando.
E allora io ho sentito, sento la necessità di un partito organizzato, e di farne parte. Un partito con le idee chiare. Che conosca le proprie radici e sappia anche riconoscere i propri errori; determinato a stare sempre dalla parte delle persone più deboli, sfruttate, derubate dei propri diritti, violentate nel corpo e nella vita. Voglio stare in un'organizzazione capace di discutere con forza al proprio interno e poi dichiarare apertamente quello che pensa e lavorare per raggiungere gli obiettivi individuati; capace di intervenire dove si apre un conflitto; e che quando decide di stare al fianco di grandi movimenti spontanei, come di piccole realtà, poi non li abbandona; capace altresì di denunciare le contraddizioni e di dare vita a nuovi conflitti. Voglio un partito determinato a risvegliare coscienze, disposto sempre a confrontarsi e a collaborare con altre organizzazioni, tutte le volte che è possibile; senza preconcetti ma senza nessun cedimento: un partito con le idee chiare, appunto. E voglio che il mio partito si faccia maestro e sappia fare scuola: deve sapere prima di tutto ascoltare i ragazzi e le ragazze, senza promettere facili carriere politiche ma insegnando con rigore sia la teoria come la pratica quotidiana. Perché è vero che moltissimi giovani sono nauseati dalla politica e pensano che non valga la pena di agire in una società come la nostra ma noi dobbiamo riuscire a dimostrare, come dicono le Madri argentine, che l'unica battaglia persa è quella che si abbandona. Ci riusciremo se sapremo essere onesti; se sapremo mettere da parte personalismi, leaderismi… Non si risale una montagna, non si conquista una cima da soli: si vince tutte e tutti insieme; ognuno con il proprio zaino, con il proprio carico di ricchezze e di errori, ma insieme.
Ecco, così penso alla mia Rifondazione. Ma se voglio davvero che sia sempre più così, e sempre più grande, ci devo stare dentro. E lavorare.

martedì 20 gennaio 2009

Paolo Ferrero a Potenza il 23 Gennaio

Venerdì 23 gennaio alle 18.00, a Potenza
Sala Inguscio c/o Regione Basilicata
Iniziativa-dibattito con il segretario nazionale
Paolo Ferrero

mercoledì 17 dicembre 2008

Basilicata, inchieste dimostrano fallimento classe politica. PRC da sempre in prima linea nelle denunce.

L’inchiesta giudiziaria che in queste ore riguarda anche la regione Basilicata parla con forza di quella crisi delle classi dirigenti che il Prc locale e nazionale da anni sottolineano. Senza entrare nel merito delle vicende giudiziarie, abbiamo il dovere di riflette sul modello politico sociale lucano costruito in questi dieci anni. L’intreccio tra politica e poteri forti consiste nella scelta politica di consegnare il territorio alla rapina delle multinazionali, non solo quelle petrolifere. Questo emerge dalle inchieste ma anche dal fallimento sociale di scelte che non hanno prodotto alcun “miracolo lucano” e di accordi privi del consenso popolare locale. Siamo dunque di fronte al fallimento di una politica di cui si è fatto interprete soprattutto il centro sinistra in un gioco di cooptazioni con il centrodestra. Ora la politica locale avrebbe il dovere di riflettere appunto sulla sua crisi e sul fallimento del modello che ha perseguito, invece si arrocca in una sua autodifesa e urla al complotto. Il Prc della Basilicata non ha altra strada se non quella di continuare nella costruzione di una opposizione politica e sociale che rimetta al centro la questione morale e la necessità di autoriforma della politica, la centralità dei diritti di lavoratori, giovani e disoccupati, la valorizzazione del territorio. Questi gli elementi necessari per una discontinuità non più rinviabile pure in Basilicata.

Paolo Ferrero
Segretario Nazionale PRC

venerdì 12 dicembre 2008

Appello di Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

Contro gli intenti dichiaratamente golpisti del presidente del Consiglio, sulla riforma della giustizia come sulla volontà di cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, mi appello a tutte le forze di sinistra e democratiche affinché domani partecipino in massa allo sciopero generale indetto dalla Cgil e dai sindacati di base, facendo riuscire una manifestazione che sarà solo la prima tappa della lotta contro il governo e i suoi provvedimenti economici, e affinché vengano firmati i referendum contro il lodo Alfano (banchetti di Rifondazione comunista saranno presenti domani e nel wee-end in tutte le principali città italiane). E' necessario, cioè, partecipare tutti affinché si costruisca un movimento di massa che, dai lavoratori agli studenti, dai precari ai pensionati, riesca a sconfiggere la manovra economica proposta dalle destre e i tentativi golpisti di Berlusconi. A questo riguardo, trovo davvero singolare che proprio il giorno prima dello sciopero il governo-ombra del Pd proponga di aprire una discussione con il governo sui temi economici e sociali, indebolendo di fatto il movimento e le forze che si oppongono al governo.

giovedì 27 novembre 2008

Una proposta alternativa per uscire a sinistra dalla crisi

di Roberta Fantozzi - segr. nazionale Area lavoro e welfare

Abbiamo avviato già da domenica la campagna davanti ai luoghi di lavoro, in preparazione dello sciopero generale del 12 dicembre. Un calendario di iniziative organizzate in pochissimi giorni, a cui molte altre si stanno aggiungendo. Volantinaggi, ma anche incontri e assemblee con le lavoratrici e i lavoratori, dibattiti. Davanti alle fabbriche, ai luoghi della produzione industriale, ma anche nei servizi, dai trasporti alle grandi aziende del commercio, al lavoro pubblico. La volontà è quella di un percorso non episodico, che ricostruisca reti di relazioni e presenza organizzata. Un percorso che si intreccia con l'inchiesta, a partire da quella che svilupperemo nei prossimi giorni sui primi effetti della crisi: sul terreno della materialità dei processi ma anche del vissuto e della soggettività di lavoratrici e lavoratori.

Non è un optional lo sviluppo
di questo percorso. Non lo è rispetto all'obiettivo decisivo della riuscita dello sciopero generale, non lo è rispetto al contesto in cui ci muoveremo nei prossimi mesi. La crisi determina uno scenario pesantissimo. Con la cassa integrazione che si moltiplica e con il problema, per chi vi accede, di come riuscire ad arrivare alla fine del mese con il salario decurtato, se già non ci si arrivava prima. Con il problema drammatico dei precari. Quattro milioni di persone prive di ogni garanzia, seicentomila già a rischio per il sommarsi della crisi economica nell'industria con i provvedimenti del governo sul lavoro pubblico. Con il dramma aggiuntivo dei lavoratori migranti, che per una legge razzista e incivile rischiano di perdere con il lavoro, il permesso di soggiorno: espulsi o ricacciati nell'irregolarità, magari dopo anni di lavoro in questo paese.

La ricetta della Lega
per gestire la crisi è tanto semplice quanto barbara: trasformare l'ansia in un salto di qualità nella produzione di capri espiatori, di conflitto orizzontale, di ferocia sociale. La chance di contrastare la regressione possibile sta nella messa in campo di un'iniziativa a tutto tondo: di denuncia, di piattaforma, di conflitto, che ricostruisca nella crisi una connessione, che consenta di individuare nuovamente a sinistra la possibile via d'uscita. Non è un esito scontato, se è vero come è vero che non solo siamo nell'onda lunga di una sconfitta trentennale, ma che la sinistra ha consumato nell'attraversamento recente della fase di governo la propria credibilità. E' un percorso che richiede idee, proposte, modificazioni delle modalità dell'agire politico, come dimostra il successo dei gruppi di acquisto popolare, la pratica di forme di mutualismo che rispondano alla disgregazione ricostruendo anche per questa via la possibilità di riconoscersi come parte di un'agire collettivo.
Saremo dunque nelle prossime settimane davanti ai luoghi di lavoro, con la volontà di avviare un percorso lungo, dentro le contraddizioni esistenti.

Diremo che la crisi non è piovuta dal cielo, ma è la conseguenza di trent'anni di politiche neoliberiste, in cui la deregolamentazione selvaggia della finanza è stata l'altra faccia della medaglia di un mondo di bassi salari, di una gigantesca redistribuzione della ricchezza prodotta a favore di profitti e rendite, in cui il consumo è stato garantito dal crescente indebitamento dei lavoratori, mentre nei paradisi fiscali si concentra un quarto della ricchezza mondiale prodotta ogni anno. Diremo che ci vuole un aumento significativo di salari e pensioni e un salario sociale per rispondere alla crisi con uno strumento generale di garanzia rispetto alle mille frammentazioni delle tipologie di lavoro, alle tante facce della precarietà e che le risorse vanno prese dalla rendita, dall'evasione fiscale e contributiva, dalla tassazione dei movimenti speculativi di capitali.

Diremo che il ritrarsi del pubblico
, privatizzazioni e liberalizzazioni, invece dei benifici annunciati dalla propaganda liberista, non sono stato altro che il modo per promuovere un gigantesco processo di spoliazione, sfruttamento e messa a valore della natura oltre che del lavoro, all'origine di una crisi ambientale, energetica e climatica, che richiede un cambiamento radicale dei modelli di sviluppo. Per sottrarre spazi alla logica di mercato, alla valorizzazione del capitale come meccanismo sovradeterminante dei processi di riproduzione sociale e riconsegnarli alla scelta democratica, alla sovranità collettiva sul proprio futuro.

La elaborazione di una piattaforma
all'altezza della crisi della globalizzazione capitalistica, deve accompagnarsi alla capacità di costruire un senso comune di massa su a chi imputare la responsabilità della situazione presente, opposta all'operazione reazionaria delle destre, generalizzando la consapevolezza espressa dal movimento degli studenti.

La politica del Governo Berlusconi
e di Confindustria, ha fin qui determinato una manovra pesantissima di tagli e ristrutturazione del sistema di welfare, dalla sanità agli enti locali, intrecciata all'attacco ai diritti del lavoro. Un attacco che dalla legge 133 alla controriforma del processo del lavoro, agli annunci sul diritto di sciopero, ha avuto e ha al suo centro la riscrittura del sistema della contrattazione, la volontà di frammentare e impoverire ulteriormente i lavoratori, cancellare l'autonomia del sindacato, riscriverne il ruolo: "complice" delle imprese nella gestione dei rapporti di lavoro e di interi pezzi di uno stato sociale da cui la presenza pubblica si ritrae ulteriormente. Ora a fronte della crisi, la sua ricetta è quella di destinare risorse pubbliche al sistema bancario lasciando invariati assetti proprietari e modalità di funzionamento, puntare sulle grandi opere, destinando pochissimo alle fasce sociali più disagiate.

Lo sciopero generale del 12
indetto dalla Cgil e dai sindacati di base, deve rappresentare per noi e per l'intera sinistra il modo per far vivere nel dibattito pubblico e a livello di massa una proposta radicalmente alternativa a quelle politiche, per costruire una uscita da sinistra alla crisi di un intero modello di sviluppo.

venerdì 14 novembre 2008

Assemblea nazionale della quarta mozione

Con gli studenti e i lavoratori per la svolta a sinistra!

Roma, 6 - 7 dicembre 2008




Sabato 6 dicembre

12.00 Apertura accoglienza
13.30-19.00 Incontro nazionale dell'area
La nostra battaglia per la svolta a sinistra
Introduce Alessandro Giardiello (direzione nazionale Prc)

Domenica 7 dicembre

9.30 - 14.30 Dibattito pubblico
Crisi conflitto e prospettive per la rifondazione
Introduce Claudio Bellotti (segreteria nazionale Prc)

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L'incontro si terrà presso la Federazione romana del Prc
Via Squarcialupo 58 (a 5 minuti dalla Stazione Tiburtina)

Info e prenotazioni: redazione@marxismo.netIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
tel 0266107298 - 3398874632

lunedì 3 novembre 2008

Perchè ci diciamo comunisti - Paolo Ferrero

Da un po' di tempo Liberazione pubblica con grande rilievo articoli che chiedono di abbandonare il nome comunista. Al fondo la tesi riproposta in varie salse è che la parola comunismo è inutilizzabile perché l'esperienza storica concreta ne ha stravolto il significato. Tra chi propone di abbandonare il nome comunista vi è chi si pronuncia a favore del nome sinistra, chi a favore del socialismo, chi non propone nulla. Tutto questo si intreccia con un altro filone di dibattito che propone di andare oltre il Partito della Rifondazione Comunista, per fare un altro partito, per fare un'altra cosa che non sia un partito, etc.
Le argomentazioni portate mi pare ripropongano un po' stancamente quanto già sostenuto da Occhetto e dai suoi sostenitori dopo l'89 ma tant'è, come si sa la prima volta la storia si presenta come tragedia, la seconda come farsa.
Per quanto mi riguarda io la penso così:
Il concetto di comunismo ha una storia che travalica le vicende del secolo breve. Non voglio qui affrontarlo. Mi pare invece utile sottolineare come in Italia il gruppo dirigente comunista alle origini si è formato nella vicenda dell'occupazione delle fabbriche e valorizzando la costruzione dei consigli di fabbrica. Nel corso della guerra ha saputo dar vita ad un movimento di resistenza antifascista unitario e democratico che ha contribuito a liberare l'Italia e a dare al nostro paese un assetto democratico strutturato attorno ad una carta costituzionale assai avanzata. Successivamente i comunisti hanno variamente lottato e con una certa efficacia contro lo sfruttamento e per la giustizia sociale. Un terzo degli elettori italiani è arrivato a dare fiducia ad un partito che si chiamava comunista e che poneva la questione morale come punto non secondario della riforma della politica. Rifondazione comunista nel suo piccolo è stata presente nei vari conflitti che hanno percorso il paese ed è stata in grado di collocarsi positivamente nella grande stagione nel movimento no global.
Il tutto cercando di intrecciare le lotte per i diritti sociali con quelle per i diritti civili, lotte operaie e lotte ambientali, lotte per la redistribuzione del reddito con le lotte contro la mercificazione delle persone, dell'ambiente, delle relazioni sociali. In altri temini la parola comunismo in Italia è legata alle battaglie per la giustizia e la libertà. Dopo l'era craxiana non mi pare si possa dire lo stesso per la parola socialismo.
La parola sinistra ha storicamente un significato positivo nel nostro paese. Ha a mio parere un difetto e cioè che si tratta di una coperta che copre molte cose. Ad esempio all'interno del partito democratico vi sono persone e posizioni che si definiscono di sinistra che sono però anche variamente confindustriali e per nulla anticapitaliste. La parola sinistra cioè da sola non definisce una posizione chiara dal punto di vista della divisione di classe della società né dal punto di vista della volontà di superare il capitalismo; tant'è che negli anni scorsi abbiamo giustamente detto che esistevano due sinistre, quella moderata e quella radicale o alternativa o antagonista.
Da questo punto di vista il definirsi di sinistra e comunisti mi pare rappresenti un modo chiaro per dire da che parte si sta. Siamo di sinistra ma siamo anche comunisti, cioè lottiamo contro lo sfruttamento, quando serve anche contro il Vaticano e ci battiamo per il superamento del capitalismo. Dirsi comunisti è quindi una risorsa per qualificare il nostro essere di sinistra. Porre il tema del comunismo significa porre il nodo della rivoluzione, del cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Tant'è che quando taluni esponenti del centrosinistra affermano di non voler mai più fare accordi con liste che contengano la falce e il martello lo dicono non certo per la nostra storia ma perché siamo concretamente, politicamente, qui ed ora, anticapitalisti.
Questo per quanto riguarda l'Italia. I comunisti però, in particolare quando hanno preso il potere, hanno anche fatto grandi disastri. Lo stalinismo ha contraddetto radicalmente le aspirazioni di giustizia e libertà del movimento comunista. Per questo ci siamo chiamati Rifondazione Comunista. Non solo il nome di un partito ma un progetto politico: rifondare il comunismo avendo fatto fino in fondo i conti con lo stalimismo. Riconosciamo che la storia dei comunisti e delle comuniste è la nostra storia, ne abbiamo analizzato gli errori e gli orrori al fine di non ripeterli. Rifondazione e Comunista sono quindi due termini che si qualificano a vicenda, ci parlano della persistenza ma anche della discontinuità, ci parlano della contraddittorietà del nostro tentativo di andare oltre il capitalismo nel nostro essere fino in fondo uomini e donne di questo tempo.
La rifondazione del comunismo è quindi il progetto politico che abbiamo scelto quando Achille Occhetto ha sentenziato che il comunismo era solo un cumulo di macerie. Nulla vieta che altri oggi la pensino come Occhetto ma a me francamente pare che i guai che abbiamo avuto negli anni scorsi non siano derivati dal nostro nome ma piuttosto dai nostri errori politici, in primo luogo la scelta di andare al governo.
Io penso quindi che oggi sia più necessario di ieri dirsi comunisti, di Rifondazione comunista. E' il nome che meglio di qualunque altro definisce qui ed ora il nostro anticapitalismo e la nostra autonomia da un ceto politico che si definisce di sinistra ma con le cui prospettive politiche abbiamo poco a che spartire.
E' evidente che si potrebbe continuare ad argomentare a lungo ma voglio utilizzare lo spazio che mi resta per sollevare un paio di quesiti.
In primo luogo è evidente che la discussione dovrebbe cominciare da qui, cioè dalla rifondazione comunista. Si tratterebbe di aprire una discussione non a negativo ma a positivo. Si tratterebbe di ragionare su come rendere al meglio oggi la prospettiva comunista. Di come la nostra azione non si possa situare solo al livello politico della rappresentanza. Di come si ridefinisca la politica comunista in relazione ai movimenti, alle mille vertenzialità, alle forme di mutualismo. Di come si intreccino oggi i diversi conflitti e come possono interagire in una prospettiva di superamento del capitalismo.
Di come si possa affrontare la crisi capitalistica proponendo il tema del controllo sociale dell'economia ed evitando la guerra tra i poveri. Di come si intrecci la lotta per il salario con quella per il reddito sociale con la lotta contro la mercificazione di ogni ambito sociale, e così via. Il dibattito di cui avremo bisogno non riguarda la ripetizione dell'occhettismo ma l'approfondimento della prospettiva della rifondazione comunista. Purtroppo però Liberazione non si cimenta sul terreno della rifondazione comunista ma su quello del suo superamento.
In secondo luogo è bizzarro che il giornale del Partito della rifondazione comunista metta in prima pagina il dibattito sul superamento del comunismo e a pagina 19 gli articoli in cui alcuni dirigenti del partito avanzano proposte politiche e cercano di far avanzare il progetto di rifondazione comunista.
In altre parole, la vera novità non mi pare il dibattito sul comunismo, ma il fatto che oggi Liberazione , il giornale del Prc, sia il soggetto che con maggiore costanza e determinazione chiede il superamento del Prc e del suo progetto politico. Devo dire che questa novità non mi pare molto utile.

lunedì 27 ottobre 2008

Lo dice anche l'arcivescovo di Monaco, il comunismo è attuale e necessario

"Marx? E' un errore considerarlo morto". "Il movimento marxista ha cause reali e pone questioni giustificate". "Poggiamo tutti sulle spalle di Marx, perchè aveva ragione". Il comunismo è definitivamente sparito?: "niente affatto, poichè vediamo che Marx sta rivivendo adesso una rinascita, al punto che sono triplicate le vendite del Capitale"!
Chi è che dice queste cose? Sono per caso brani tratti dal documento conclusivo del congresso di Rifondazione vinto dai "comunisti identitari"? Niente affatto. Si tratta di una intervista al "Der Spiegel" dell'Arcivescovo di Monaco di Baviera!
Quanto hanno lo sguardo rivolto all'indietro i dirigenti della sinistra italiana che definiscono il comunismo una parola "indicibile"! La crisi odierna del capitalismo dimostra al contrario quanto restino valide le analisi di Marx e quanto sia necessario rivoluzionare alla radice questa società continuando a lottare per un mondo il cui motore non sia il profitto di pochi, ma le esigenze della collettività e il rispetto dell'ambiente. In una parola il Comunismo!

martedì 21 ottobre 2008

Sabato 25 giornata di mobilitazione contro il carovita promossa da Rifondazione Comunista con presidi e volantinaggi in 100 piazze italiane.

Sabato 25 ottobre il PRC organizza una giornata di mobilitazione contro il carovita con presidi e volantinaggi in 100 piazze. L’obiettivo è evitare che la crisi economica e finanziaria venga fatta pagare ai lavoratori e ai pensionati, così come previsto dai provvedimenti del governo votati anche dall’opposizione parlamentare.
Gli obiettivi della giornata di mobilitazione sono la richiesta di aumentare stipendi e pensioni, di ridurre i mutui sulla prima casa, di mettere sotto controllo i prezzi e di indicizzare salari e pensioni al costo reale della vita.
Riguardo alle polemiche suscitate da questa iniziativa non capisco perché il governo dovrebbe uscire rafforzato dal fatto che i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista, il 25 ottobre, invece di starsene a casa come farà Gennaro Migliore, saranno nelle piazze italiane a protestare contro il carovita, distribuendo volantini, raccogliendo firme e – in alcune città – distribuendo il pane ad un euro al chilo.
Il 25 ottobre a Roma ci sarà una manifestazione di popolo organizzata dal Partito Democratico a cui parteciperà l’Italia dei Valori; sarà cioè una manifestazione dell’opposizione parlamentare al governo Berlusconi. Faccio i miei auguri affinché sia una grande manifestazione di popolo. Non dimentico però che questa manifestazione è convocata contro il governo ma nulla dice riguardo al vero ispiratore delle politiche del governo e cioè la Confindustria. Per questo in altre piazza ci sarà Rifondazione Comunista, che ritiene necessario costruire una opposizione contro il governo ma anche contro i padroni e – quando serve – contro le politiche vaticane. Per costruire questa opposizione di sinistra, che non litiga con il governo il sabato per accordarsi con Confindustria il lunedì, saremo presenti tra la gente sabato 25, come lo siamo stati con le grandi manifestazioni nazionali del 10 e del 17 ottobre, organizzate dalla sinistra e dal sindacalismo di base. Di spazi per l’opposizione, purtroppo, in questo Paese ce n’è anche troppi.

Paolo Ferrero

domenica 19 ottobre 2008

La moltiplicazione dei pani... e dei GAP

Roma, Milano, Ancona, Biella, Benevento, Marsciano, grandi città e piccoli paesi, circoli del partito, centri sociali e case occupate, associazioni di base e quant’altro stanno iniziando ad ampliare la rete dei GAP in tutta la nostra penisola. I Gruppi di Acquisto Popolari stanno oramai costruendo dal basso, in forma reticolare una mobilitazione costanze sul tema del caro vita utilizzando il pane come bene di prima necessità con cui partire, denunciando le speculazioni, l’inadempienza del nostro governo che difende la borsa delle caste finanziarie ma non la borsa della spesa del popolo che non arriva a fine mese.
E’ necessario continuare a tenere viva la nostra mobilitazione a lungo, in questi mesi i compagni e le compagne di Roma ad esempio sono stati generosi nel prestarsi ogni settimana in questo lento lavoro di sperimentazione. Adesso occorre passare dalle iniziative simboliche, che sono comunque importanti ad iniziative costanti nel tempo anche negli altri territori.
Mutualismo e conflitto sociale, radicamento ed utilità sociale nella quotidianità, questo è il terreno per ricostruire oggi una risposta di sinistra alla guerra tra poveri che la destra ci impone, ed atraversare la crisi che il neoliberismo determina. Partendo da questi elementi occorre riaprire la questione del caro vita attraversando le prossime mobilitazioni, ed occorre costruire forme di contrattazione che dal singolo territorio al governo nazionale impongano non solo il semplice blocco dei prezzi, ma il loro abbattimento, perché fissare i prezzi dopo che la speculazione c’è stata, vuol dire mantenere in piedi la speculazione!
La manifestazione dell’11 ottobre è stata importante anche da questo punto di vista, perché il tema del caro vita è stato sottolineato direttamente dal palco con un’intervento di una rappresentante di Action che assieme a noi da vita a questa esperienza. Ma come abbiamo sempre detto una manifestazione, se non ha un ritorno nella quotidianità, ha la stessa funzione di un concerto. Facciamo in modo che l’11 ottobre sia tutti i giorni, la ritirata è finita, non solo per una manifestazione ma tutti i giorni, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle lotte.

lunedì 6 ottobre 2008

L'UNITA' PAGA: PRC + PDCI AL 4,6%


Da un sondaggio svolto in questi giorni dall’Istituto Vilfredo Pareto sulle intenzioni di voto degli italiani risulta che una eventuale lista comunista imperniata su PRC e PdCI si attesterebbe al 4,6%.
Si tratta di una significativa indicazione di tendenza. Dopo il fallimento dell’Arcobaleno, essa conferma la necessità di una più stretta collaborazione tra le diverse forze anticapitalistiche e comuniste, così come indicato – con orientamenti convergenti – dai congressi di luglio di PRC e PdCI, così come auspicato da un più largo schieramento sociale e politico, dentro e fuori i partiti.

martedì 23 settembre 2008

Tutti a Roma l'11 ottobre!

A chi ci chiede per quale motivo manifestare a Roma l’11 ottobre sarebbe forse semplice rispondere domandando come si può non scendere in piazza in un momento come questo. Il governo più reazionario nella storia della Repubblica ha aperto il fuoco e nel mirino ci sono tutti. Ci sono i lavoratori di Alitalia e c’è l’intera istruzione pubblica, dalle elementari all’università, con tutti coloro che vi lavorano e studiano; ci sono gli immigrati, oggetto di provvedimenti ignobili e di una campagna di criminalizzazione e repressione anche questa senza precedenti nel nostro paese. Ci sono i dipendenti pubblici, genericamente definiti “fannulloni”. Ci sono i diritti di tutti i lavoratori italiani, sui quali Confindustria si sta scagliando armata di piccone tentando di demolire il contratto nazionale di lavoro, e con esso qualsiasi idea di sindacato che non sia rigidamente inquadrato nell’impresa e nelle superiori ragioni della produttività e del profitto. Ci sono delegati sindacali eletti dai lavoratori come Dante De Angelis, licenziato da Trenitalia per aver denunciato le carenze della sicurezza sui treni. Ci sono i lavoratori interinali colpiti dal decreto Brunetta. C’è il mezzogiorno, messo a rischio dalla cosiddetta riforma federalista. C’è quel che resta di pubblico nella nostra industria e nei nostri servizi. Le destre passano all’incasso della vittoria elettorale di aprile e i poteri forti, anche quelli che nelle elezioni pendevano verso il Partito democratico, si allineano alla velocità della luce. La cordata dei “salvatori”, o meglio degli affossatori, di Alitalia è piena di nomi legati al Pd, da Corrado Passera a Colaninno. La classe dominante si ricompone attorno a Berlusconi e sulle macerie della sinistra massacrata nelle elezioni di aprile tenta una volata in una gara senza avversari. Non si può certo dire infatti che il Partito democratico costituisca un elemento di contraddizione rispetto all’offensiva della destra. Privati della posizione di governo e senza una credibile prospettiva di ritornarvi a breve termine, Veltroni e compagnia girano a vuoto, parlano un giorno di dialogo con Berlusconi e il giorno dopo promettono di fare opposizione, in entrambi i casi approdando al nulla. Su tutti i temi sopra elencati, al di là delle parole più o meno risonanti, il Pd non è in grado di esprimere una vera opposizione per il semplice fatto che le sue concezioni partono in larga misura dalle stesse premesse di quelle del governo e a maggior ragione di Confindustria. Prova visiva di quanto scriviamo è stata l’immagine di Colaninno junior che in qualità di “ministro ombra” balbettava i suoi commenti sulla partecipazione di Colaninno senior all’operazione su Alitalia… È vero che il Pd scenderà in piazza a fine ottobre; per cosa, però, non si sa. L’offensiva del capitale mira lontano e profondo, dobbiamo saperlo, e sulla sua traiettoria c’è la Cgil. Il gruppo dirigente del maggiore sindacato italiano brancola nel buio più totale. L’intera stagione aperta dai famigerati accordi del 1992-93 è arrivata al capolinea, neppure la gabbia concertativa basta più a un’industria italiana in piena crisi di competitività. Oggi, a quarant’anni dal ’68, a gridare “vogliamo tutto!” sono i padroni. Epifani si trova di fronte alla scelta fra due mali: o capitolare di fronte ai ricatti del governo (Alitalia) e di Confindustria (modello contrattuale), sdraiandosi sulla linea della Cisl e aprendo un forte conflitto interno alla Confederazione; oppure rompere, alzarsi da quei tavoli-trappola e andare a uno scontro frontale in condizioni politiche estremamente sfavorevoli, un conflitto che la maggioranza della Cgil non vuole e non prepara e che guarda con sospetto e paura. Queste sono le partite aperte, le partite decisive delle prossime settimane e mesi, nelle quali la posta in gioco è altissima; dal loro esito si determinerà infatti la possibilità o meno per Berlusconi di gettare le basi non solo di un governo, ma di un vero e proprio “regno” la cui durata sarebbe a quel punto difficile prevedere; e contemporaneamente si determinerà la sorte della Cgil, forse persino la sua integrità organizzativa, e l’intero schieramento della sinistra e del movimento operaio italiano nella prossima fase. E qui entra in campo la data dell’11 ottobre, al cui appello di convocazione Rifondazione comunista ha dato formalmente adesione nel Comitato politico nazionale del 13 settembre. L’11 ottobre può, deve servire a un compito fondamentale: creare un primo momento di raccolta, di unione, di alleanza fra tutti coloro che sentono la necessità di questo conflitto. È uno strumento per rompere l’isolamento, che è oggi il nostro primo nemico. Lavoriamo affinché in quella piazza ci siano tutti; non si tratta di fare l’appello dei reduci dell’Arcobaleno, ma di coinvolgere tutti coloro che devono affrontare l’attacco del governo. Ci vengano gli insegnanti che la Gelmini vuole tagliare e gli studenti che vorrebbe ricacciare nella scuola classista di quarant’anni fa; ci vengano i lavoratori Alitalia in lotta per il lavoro, ci vengano i dipendenti pubblici senza contratto e i militanti della Fiom e della sinistra sindacale che lottano per strappare la Cgil alla deriva concertativa… ci vengano tutti questi e tanti altri, portino in quella piazza le loro rivendicazioni, le loro lotte e anche le tante cose che l’appello non dice o dice male (ahi! questi “intellettuali”, queste “personalità”…). Se riusciremo a farla così, allora questa manifestazione non sarà né una sfilata, né un rito, ma può diventare il trampolino di lancio per un autunno caldo senza il quale non possiamo neppure sognarci di fermare l’offensiva avversaria. Se l’11 riesce bene sarà di aiuto a tutti, a partire dallo sciopero convocato dai sindacati di base per il 17 ottobre, una data alla quale il Prc ha dato pure adesione e che può essere importantissima particolarmente nel mondo della scuola in subbuglio. Siamo quasi a un anno dal 20 ottobre 2007. Quella piazza fu grande, grandissima, e altrettanto grande fu il tradimento delle speranze di quelle centinaia di migliaia di lavoratori e di compagni. Fu quindi una manifestazione sconfitta; eppure anche nella sconfitta fu un sussulto importante, il più forte, di un popolo della sinistra che sentiva che lo si stava portando nella palude e tentava uscirne prima che fosse troppo tardi. Fu anche, lo si vede ancora meglio retrospettivamente, un elemento di resistenza forte contro le tendenze dissolutorie che pochi mesi dopo avrebbero portato Rifondazione sull’orlo della distruzione. Se oggi possiamo scendere ancora in piazza, lo dobbiamo anche a quella manifestazione. Allora fu l’ultima battaglia in una guerra persa. Lavoriamo perché l’11 ottobre 2008 sia invece il primo passo nella risalita di una nuova Rifondazione comunista e delle ragioni dei lavoratori!

domenica 14 settembre 2008

Appello per la manifestazione dell'11 Ottobre

Le politiche aggressive del Governo di centrodestra, sostenute in primo luogo da Confindustria, disegnano il quadro di un'Italia ripiegata su se stessa e che guarda con paura al futuro, un Paese dove pochi comandano, in cui il lavoro viene continuamente umiliato e mortificato, nel quale l'emergenza è evocata costantemente per giustificare la restaurazione di una società classista razzista e sessista. Che vede nei poveri, nei marginali e nei differenti, i suoi principali nemici. Che nega, specie nei migranti, il riconoscimento di diritti di cittadinanza con leggi come la Bossi Fini che non solo generano clandestinità e lavoro nero, ma calpestano fondamentali valori di umanità.
Questa è la risposta delle destre alla crisi profonda, di cui quella finanziaria è solo un aspetto, che attraversa il processo di globalizzazione e le teorie liberiste che l’hanno sostenuto. Una risposta che, naturalmente, ignora il fatto che solo un deciso mutamento del modello economico oggi operante può risolvere problemi drammatici, dei quali il più grave è la crisi ecologica planetaria. Spetta alla sinistra contrapporre un’altra idea di società e un coerente programma in difesa della democrazia e delle condizioni di vita delle persone.
E’ una risposta che non può tardare ed è l’unico modo per superare le conseguenze della sconfitta elettorale e politica.
Ci proponiamo perciò di contribuire alla costruzione di un’opposizione che sappia parlare al Paese a partire dai seguenti obiettivi :

1. riprendere un'azione per la pace e il disarmo di fronte a tutti i rischi di guerra, oggi particolarmente acuti nello scacchiere del Caucaso. La scommessa è ridare prospettiva a un ruolo dell’Europa quale principale protagonista di una politica che metta la parola fine all'unilateralismo dell'amministrazione Bush, al suo programma di scudo spaziale e di estensione delle basi militari nel mondo, all'occupazione in Iraq e Afghanistan (dove la presenza di truppe italiane non ha ormai alcuna giustificazione), ma anche alla sindrome da grande potenza che sta impossessandosi della Russia di Putin;

2. imporre su larga scala un'azione di difesa di retribuzioni e pensioni falcidiate dal caro vita, il quale causa un malessere che la destra tenta di trasformare in egoismo sociale, guerra tra poveri, in un protezionismo economico del tutto insensibile al permanere di gravi squilibri tra il Nord e il Sud del mondo. Di fronte alla piaga degli “omicidi bianchi” è necessario intensificare i controlli e imporre l’applicazione delle sanzioni alle imprese. Si tratta inoltre di valorizzare tutte le forme di lavoro: lottando contro precariato e lavoro nero, anche attraverso la determinazione di un nuovo quadro legislativo; sostenendo il reddito dei disoccupati e dei giovani inoccupati; ottenendo il riconoscimento di forme di lavoro informale e di economia solidale;

3. respingere l'attacco alla scuola pubblica, all'Università e alla ricerca, alla cultura, al servizio sanitario nazionale, ai diritti dei lavoratori e alla contrattazione collettiva. E’ una vera e propria demolizione attuata attraverso un'azione di tagli indiscriminati e di licenziamenti, l'introduzione di processi di privatizzazione, e un'offensiva ideologica improntata a un ritorno al passato di chiaro stampo reazionario (maestro unico, ecc.). L'obiettivo della destra al governo è colpire al cuore le istituzioni del welfare che garantiscono l'esercizio dei diritti di cittadinanza. L'affondo è costituito da un'ipotesi di federalismo fiscale deprivato di ogni principio di mutua solidarietà;

4. rispondere con forza all'attacco contro le politiche volte a contrastare la violenza degli uomini contro le donne, riconoscendo il valore politico della lotta a tutte le forme di dominio patriarcale, dell'autodeterminazione delle donne e della libertà femminile nello spazio pubblico e nelle scelte personali;


5. sostenere il valore della laicità dello stato e riconoscere diritto di cittadinanza alle richieste dei movimenti per la libera scelta sessuale e per quelle relative al proprio destino biologico;

6. sostenere le vertenze territoriali (No Tav, No Dal Molin, ecc.) che intendono intervenire democraticamente su temi di grande valore per le comunità, a partire dalle decisioni collettive sui temi ambientali, sulla salute e sui beni comuni, prima fra tutti l’acqua. Quella che si sta affermando con la destra al governo è un’idea di comunità corporativa, egoista, rozza e cattiva, un’idea di società che rischia di trasformare le nostre città e le loro periferie nei luoghi dell’esclusione. Bisogna far crescere una capacità di cambiamento radicale delle politiche riguardanti la gestione dei rifiuti e il sistema energetico. Con al centro la massima efficienza nell’uso delle risorse e l’uso delle fonti rinnovabili. Superando la logica dei megaimpianti distruttivi dei territori, del clima e delle risorse in via di esaurimento. E’ fondamentale sostenere una forte ripresa del movimento antinuclearista che respinga la velleitaria politica del governo in campo energetico.

7. contrastare tutte le tentazioni autoritarie volte a negare o limitare fondamentali libertà democratiche e civili, a partire dalle scelte del governo dai temi della giustizia, della comunicazione e della libertà di stampa. O in tema di legge elettorale mettendo in questione diritti costituzionali di associazione e di rappresentanza. Si tratta anche di affermare una cultura della legalità contro le tendenze a garantire l’immunità dei forti con leggi ad personam e a criminalizzare i deboli.

Per queste ragioni e con questi obiettivi vogliamo costruire insieme un percorso che dia voce ad un'opposizione efficace, che superi la delusione provocata in tanti dal fallimento del Governo Prodi e dalla contemporanea sconfitta della sinistra, e raccolga risorse e proposte per questo paese in affanno. L'attuale minoranza parlamentare non è certo in grado di svolgere questo compito, e comunque non da sola, animata com'è da pulsioni consociative sul piano delle riforme istituzionali, e su alcuni aspetti delle politiche economiche e sociali (come tanti imbarazzati silenzi dimostrano, dal caso Alitalia all'attacco a cui è sottoposta la scuola, dalla militarizzazione della gestione dei rifiuti campani alle ordinanze di tante amministrazioni locali lesive degli stessi principi costituzionali). Bisogna invece sapere cogliere il carattere sistematico dell'offensiva condotta dalle destre, sia sul terreno democratico, che su quelli civile e sociale, per potere generare un'opposizione politica e sociale che abbia l’ambizione di sconfiggere il Governo Berlusconi. Quindi, proponiamo una mobilitazione a sinistra, per "fare insieme", al fine di suscitare un fronte largo di opposizione che, pur in presenza di diverse prospettive di movimenti partiti, associazioni, comitati e singoli, sappia contribuire a contrastare in modo efficace le politiche di questo governo.
Al tal fine proponiamo la convocazione per il 11 ottobre di un'iniziativa di massa, pubblica e unitaria, rivolgendoci a tutte le forze politiche, sociali e culturali della sinistra e chiedendo a ognuna di esse di concorrere a un’iniziativa che non sia di una parte sola. Il nostro intento è contribuire all’avvio di una nuova stagione politica segnata da mobilitazioni, anche territorialmente articolate, sulle singole questioni e sui temi specifici sollevati.

venerdì 22 agosto 2008

Gravissimo episodio di Catania. Solidarieta' a M.P. e a sua madre

CHIEDO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI INTERVENIRE IMMEDIATAMENTE

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc

Nell'esprimere la mia piena a totale vicinanza e solidarietà a M.P. e a sua madre, ritengo necessario che venga affrontata e risolta la gravissima violazione costituzionale che si è verificata a Catania.

Che, nella loro relazione, i servizi sociali del comune di Catania trattino la militanza in Rifondazione Comunista come un fatto sostanzialmente illecito e negativo per un ragazzo è gravissimo e testimonia di pregiudizi incompatibili con l'espletamento di un pubblico servizio.

Che la Prima Sezione Civile del Tribunale di Catania motivi una sentenza con le stesse argomentazioni non è solo gravissimo ma inaccettabile in uno stato di diritto.

Ho quindi scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinché nella sua veste di garante della Costituzione e di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura intervenga per porre rimedio a questa situazione inaccettabile.

Mi aspetto anche che il sindaco di Catania e il presidente del Consiglio dei Ministri intervengano sollecitamente ai loro rispettivi livelli per garantire che i servizi sociali di questo paese operino all'interno dei diritti e dello spirito della Costituzione.

L'attività degli organi statali al di fuori del quadro costituzionale è infatti a tutti gli effetti eversiva e l'assenza di un sollecito intervento per ripristinare una situazione di legalità costituzionale non potrebbe essere lasciata passare senza conseguenze.

mercoledì 20 agosto 2008

Sedicenne tolto alla madre perché milita in Rifondazione Comunista

Quello che è accaduto a Catania è un fatto di una gravità inaudita. Sulla base di una relazione dei servizi sociali (cioè di una struttura pubblica), il Tribunale di Catania ha motivato la sottrazione dell'affido di un ragazzo sedicenne alla madre con l'argomentazione, tra le altre, che egli è iscritto ai Giovani Comunisti del Prc. Delle due l'una: o l'ordinanza viene immediatamente ritirata oppure si accetta il principio per il quale aderire ad un partito comunista costituisce fattispecie di reato. Facciamo appello alla sensibilità democratica del Paese e alle istituzioni: serve un segnale forte, immediato, una denuncia politica e una grande mobilitazione sociale. Altrimenti ne dovremmo dedurre che in Italia non c'è più democrazia e che tutti noi, facenti parte di "gruppi di estremisti" - come ci definisce il Tribunale di Catania - saremo a breve nelle condizioni di essere posti fuori legge e, perché no?, condannati da un nuovo Tribunale speciale...

Gli dicono che somiglia a Scamarcio, l'attore. A sedici anni, fa piacere. Ma ha promesso che oggi si taglia i capelli arruffati e magari non lo bollano più come comunista. Circolo Tienanmen, tessera dei Giovani comunisti, trovata dal padre, fotocopiata dai servizi sociali, allegata all'ordinanza del Tribunale di Catania, prima sezione civile, per dimostrare nella causa di affido che la madre non sa badare all'educazione del ragazzo il quale ha "la tessera d'iscrizione a un gruppo di estremisti". Quindi, M. P. - che preferisce non essere citato con il suo nome, visto che lui, ragazzo esuberante, lo conoscono un po' tutti a Catania - è stato di fatto accusato di essere comunista rifondarolo, uno che frequenta "luoghi di ritrovo giovanili dove è diffuso l'uso di sostanze alcoliche e psicotrope", dove cioè c'è il sospetto che si bevano birre e si fumino spinelli. Nel giudizio degli assistenti sociali, le cose stanno pure peggio perché i comunisti sono "estremisti, il segretario del circolo è un maggiorenne che pare abbia provveduto a convincere all'iscrizione e all'attivismo altri ragazzi", tra cui l'amico del cuore del sedicenne, anche lui una testa matta che lo trascina nella vita "senza regole". Non è l'unica ragione, ovvio, per far pendere la bilancia della contesa sull'affido dalla parte paterna, ma la militanza comunista è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. M. P. è stato tolto alla madre e ora assegnato al padre, insieme al fratello più piccolo. Tra un uomo e una donna, dopo una travagliata separazione, la resa dei conti si scarica spesso sui figli. Cose che succedono, non dovrebbero. La ragione, si sa, non sta mai da una parte sola. Però a Catania, ora ci si è messa di mezzo la politica. Mai infatti i comunisti, rifondaroli o del Pdci, si erano sentiti citati in un tribunale come pericolosi, estremisti, prova provata e sintomo di devianza giovanile. "Fino a ieri si chiamava militanza, e Rifondazione era il partito del presidente della Camera, Fausto Bertinotti; la sinistra comunista aveva due ministri nel governo Prodi", si sfoga Orazio Licandro, responsabile dell'organizzazione del Pdci. Nel partito di Diliberto hanno suonato l'allarme: comincia così la caccia alle streghe, usando in una storia delicata e complessa di affido familiare lo spauracchio dei comunisti, "è l'anticamera della messa al bando, siamo ormai extraparlamentari e anche pericolosi. Non è fascismo? Poco ci manca". Elencati nel dossier del tribunale infatti ci sono la tessera, con il costo dell'adesione, il faccione di Che Guevara e la fede nella rivoluzione riassunta nella frase "No soy un libertador, los libertadores existen, son los pueblos quienes se liberan". C'è inoltre la parodia di una canzone dei Finley "Adrenalina", ode alla cocaina, riferimenti che mandano in tilt un padre come una madre. Mamma Agata, medico ospedaliero, è disorientata. Il Tribunale la obbliga intanto a versare 200 euro al mese al marito per il mantenimento dei figli, a lasciare la casa nel comune etneo dove la famiglia risiedeva. Nel più pessimista dei suoi incubi, racconta, si aspettava un affido condiviso. L'Istat calcola che ormai in Italia i figli bipartisan del divorzio stanno crescendo fin quasi a diventare sette su dieci. Dev'essere la storia di un'altra Italia, non cose che capitano qua, da queste parti a Catania, taglia corto Agata. Non è disposta a riconoscere argomenti e legittimità delle richieste paterne, che invece ci sono. E il figlio? "Va al mare e studia, ha avuto tre debiti al penultimo anno del classico - greco, latino e filosofia - d'altra parte come può essere sereno con questa guerra in atto?". Non facile certo, spiegare a M. P. che le difficoltà della vita per alcuni, per lui ad esempio, si sono presentate in anticipo. Capita, ma s'impara prima. Difficile a quanto pare, far comprendere al padre che, come scriveva Freud, l'adolescenza è una malattia grave ma per fortuna si guarisce. L'avvocato della madre Mario Giarrusso assicura che tenterà altri approcci, mediazioni, soluzioni. I comunisti denunciano il clima da "anticamera della messa al bando" che si respira nell'isola. M. ha progetti bellicosi per l'autunno, ma tutti davvero poco preoccupanti: una band con gli amici dove lui vuole suonare il basso e la chitarra, la militanza politica, il teatro grande passione. "Con il suo gruppo ha vinto anche un premio", s'inorgoglisce la dottoressa Agata. Nelle relazioni dei servizi sociali e nell'ordinanza del tribunale le si rimprovera di avere nascosto al marito che il ragazzo ha avuto una "irregolare frequenza scolastica", di avere dato il suo beneplacito a "mancati rientri a casa", oltre a una serie di leggerezze anche verso l'altro fratellino (la figlia più grande è maggiorenne). Ma mai si sarebbe aspettata di trovarsi sotto accusa per le idee del figlio.

lunedì 11 agosto 2008

Lettera ad Ottaviano Del Turco

Gentilissimo Ottaviano "Gramsci" Del Turco, mi permetto di disturbarLa semplicemente per chiederLe di intercedere presso la pleteora di politicanti, parlamentari e portaborse che da giorni si recano in pellegrinaggio presso la Sua cella per esprimerLe solidarietà e vicinanza in questo momento difficile della Sua vita, affinchè li esorti a volgere anche solo per un breve istante lo sguardo oltre le sbarre della sua cella.
Comprendo che a muovere siffate persone oltre i cancelli di quelle discariche umane e sociali che oggi sono le carceri in Italia, tra le quali primeggia la prigione di Sulmona, è solo un sentimento di solidarietà di classe e di casta: in questi anni infatti nessuno mai di costoro si è preoccupato delle drammatiche condizioni di vita nelle prigioni oramai ritornate sovraffollate, della violenza di una restrizione della libertà accompagnata dalla negazione dei diritti fondamentali dell'uomo, della violazione sistematica dell.art.27 della Costituzione, della morte di Francesco Vedruccio, Luigi D'Aloisio, Cosimo Tramacere, Luigi Acquaviva, Guido Cecola, Diego Aleci, Francesco Di Piazza, Camillo Valentino, Antonio Miccoli, Nunzio Gallo e degli altri detenuti morti suicidi in questi anni nella prigione di Sulmona.
A lor signori, che invocano pene più severe e carcere per tutti i poveri disgraziati, mentre piangono lacrime di coccodrillo quando a finire dietro le sbarre è qualcuno di essi trovato non certo a taccheggiare in un supermercato ma con in tasca qualche tangente di vari milioni di euro, Lei oggi ha la possibilità di spiegare il valore del garantismo, inteso non come immunità e impunità per i ricchi e i potenti ma tutela delle libertà di tutti, in primo luogo per gli ultimi, i disgraziati, i deboli e i dimenticati della società.
Del resto ho appreso della sua scelta di soprannominarsi Antonio Gramsci: nessuno può negarLe la libertà di autonominarsi come meglio crede, tuttavia mi permetto di rammentarLa che il comunista Antonio Gramsci trascorse 13 anni in prigione non sulla base dell'accusa di essersi intascato mazzette o tangenti, ma per le sue battaglie e i suoi ideali di uguaglianza e giustizia sociale. Proprio in nome di questi valori, sempre più calpestati dalla violenza della tracotante rivoluzione passiva, li inviti per una volta ad oltrepassare i cancelli, a varcare i confini degli inferi, a penetrare in quei buchi neri della democrazia che sono a pochi metri dalla sua cella. Li esorti, dopo aver discusso con Lei, a salire al secondo piano della prigione, dove troveranno un centinaio di persone incarcerate senza aver commesso alcun reato specifico, rinchiuse in una cella semplicemente perchè a sessant'anni dalla caduta del fascismo nessun governo si è mai preoccupato di chiudere queste sezioni speciali inventate dal regime di Mussolini per "soggetti e personalità inclini alla marginalità e la delinquenza", misura di sicurezza preventiva che non esiste in nessun paese democratico, eppure in Italia, nello specifico proprio a Sulmona e in altre 5 prigioni, continuano ad essere internate persone in queste sezioni speciali chiamate da allora eufemisticamente "case-lavoro", null'altro che reparti di detenzione nei quali finiscono solo i digraziati che non hanno una famiglia e un avvocato.
Non conoscono nemmeno quanti anni devono restare, poichè non c'è alcuna pena da scontare ma solo, di proroga in proroga, il rischio di trovarsi affibbiati un ergastolo "bianco". Tra le sbarre troverà un vecchietto di nome Antonio, che negli anni novanta per arrotondare la pensione vendeva le sigarette di contrabbando: fermato e denunciato cinque, sei, sette volte, continuò per anni a venderle, poi scomparse il contrabbando, ma per la burocrazia giudiziaria era ormai una personalità incline a delinquere e quindi rinchiuso di proroga in proroga da ormai quasi 10 anni. 10 anni per una malboro di contrabbando. Poche celle più avanti troverà Luigino, pluripregiudicato per truffa: a differenza di una parte consistente della classe politica e imprenditoriale del mezzogiorno, Luigino non ha mai fatto sparire nelle sue tasche svariati miliardi di finanziamenti europei, ma più semplicemente si presentava in tonaca nei ristoranti per sfamarsi e poi spedire il conto presso ignare parrocchie. Anche lui, dopo svariate denunce, è rinchiuso e internato da anni nella casa-lavoro.
Carissimo Ottaviano Gramsci Del Turco, le confesso che dietro le sbarre nelle quali Lei oggi è recluso, io sono stato un mucchio di volte, non per parlare con qualche detenuto eccellente come fanno le decine di deputati e senatori che si alternano in questi giorni alle porte della prigione di Sulmona, ma per conoscere e denunciare questi buchi neri della democrazia: ricordi a Lor signori che il potere ispettivo nelle carceri per i parlamentari è stato promulgato per questo motivo e non certo come un ulteriore privilegio grazie al quale poter incontrare, chiacchierare e consegnare pizzini a colleghi e amici finiti in prigione. Li inviti quindi a fare il loro dovere, a misurare lo stato di salute della nostra democrazia che, come diceva Tocquiville, "lo si comprende non dal grado di sfarzosità delle aule parlamentari ma dalla vivibilità dei tuguri più bui delle prigioni". Devono fare solo pochi scalini. E chissà se troveranno poi, tra un lodo Alfano e un altro decreto per l'impunità ad personam, tempo e modo in parlamento di legiferare un provvedimento per la chiusura di questi buchi neri della democrazia nostrana, se troveranno tempo e modo di preoccuparsi non solo delle sorti giudiziarie di Silvio e Ottaviano, ma anche dei tanti Antonio e Luigino della nostra società.

cordialmente

Francesco Caruso

Haidi Giuliani: Le ragioni di un'adesione

Iscritta al Prc perché è l'ora di risvegliare le coscienze.

Cara Rifondazione,
forse è corretto che io ti scriva le ragioni per cui mi trovo ad avere la tessera n° 041204. «Al cuore non si comanda», ha scritto Lidia Menapace chiedendo l'iscrizione al partito. Il mio cuore, in realtà, è sempre stato un po' anarchico, più a suo agio nelle piazze e tra i movimenti che in una struttura organizzata. Perciò chi mi conosce, quando dico che anch'io mi sono iscritta, mi guarda con sorpresa. E' una decisione maturata da qualche tempo ma per chiedere la tessera ai compagni e alle compagne di quello che da sette anni è di fatto il mio circolo, ho preferito aspettare la fine del congresso: infatti, pur avendo assunto chiaramente posizione nel dibattito tra le mozioni, riconoscendomi nella prima, non volevo che la mia iscrizione potesse apparire in alcun modo una scelta "contro" mentre vuole essere decisamente "per". C'è chi dice che non è possibile risolvere la crisi della sinistra con un partitino che raccoglie i cocci di altri precedenti, ma io sono una vecchia maestra abituata a lavorare partendo dai dati reali e non mi pare che ci siano in giro molte forze attualmente impegnate ad arginare la gravissima deriva di destra. C'è chi auspica un vasto ed eterogeneo movimento di forze autorganizzate, me lo auguro anch'io ma nel frattempo ho letto dichiarazioni su quanto è bello il nucleare, ho visto arrivare i soldati nelle vie delle città, tanto per fare due esempi, senza un'ombra di opposizione, essendo in quei giorni il Prc chiuso nelle sue stanze, impegnato a discutere del proprio futuro; menomale che sulle impronte dei bambini rom si è mobilitata l'Arci e ha fatto qualche dichiarazione la chiesa, altrimenti sarebbero passate sotto silenzio anche quelle. E poi c'è la guerra, con le sue stragi; e la guerra quotidiana del lavoro, con i suoi morti; e la guerra della fame, con i suoi annegati; e la guerra della disinformazione, che uccide i cervelli, e davvero non si può aspettare, non dico un mese ma neppure un minuto di più, per rimboccarsi le maniche e andare tra la gente e lavorare a risvegliare coscienze. Così mi sono iscritta, da sinistra e dal basso che più in basso non si può; anche perché, ora che pare non vada più di moda, ora che più di qualcuno ci considera una specie in via di estinzione, mi piace vedere scritta vicino al mio nome la parola "comunista".

sabato 14 giugno 2008

La strage di Mineo: basta lacrime di coccodrillo!

Ennesima strage sul lavoro consumatasi a Mineo, cittadina in provincia di Catania, in una giornata tremenda che ha visto altri quattro morti nel resto d’Italia. Due degli operai, dipendenti di una ditta specializzata del Ragusano, probabilmente si sono sentiti male, durante i lavori di manutenzione del depuratore comunale ed allora gli altri quattro sono scesi ad aiutarli. I gas velenosi non hanno lasciato loro scampo. È accertato che tutti e sei non avevano alcuna protezione, nemmeno delle banali mascherine per filtrare l’aria che respiravano. Questa sembra essere la regola nell’isola, almeno ascoltando le dichiarazioni di Pasquale Chimpanaro, della Cgil di Caltagione secondo cui “in Sicilia non esiste una struttura al 100% sicura”. La tragedia ha assunto proporzioni così gravi a causa del gesto di eroismo dei quattro dipendenti del Comune di Mineo, che hanno perso la vita nel vano tentativo salvare quella dei loro compagni. Chiediamo al ministro Brunetta ed ai mass media, impegnati in questi giorni in una campagna di calunnie verso i dipendenti del settore pubblico: anche i lavoratori di Mineo erano dei “fannulloni”? Il comune di Mineo era chiaramente sotto organico. Risulta infatti che uno dei dipendenti comunali periti nell’incidente di ieri fosse proprio un responsabile della sicurezza della struttura, rientrato dalle ferie appositamente per seguire l’operazione di manutenzione dell’impianto di depurazione. Questa è la realtà di tanti luoghi di lavoro, pubblici e privati, dove straordinari e carenza d’organico sono all’ordine del giorno. Eppure Brunetta vuole usare ancora la scure nei confronti del servizio pubblico, tagliando le risorse per l’Ispettorato del lavoro, l’Inail, l’Inps e i Vigili del Fuoco! Oggi tutti piangeranno i morti di Mineo e si sprecheranno le parole sulla necessità di misure di emergenza. Il ministro del Welfare, con delega al lavoro, Sacconi, mentre invoca un “piano straordinario” per la sicurezza, svela tutta la sua ipocrisia andando all’attacco del Testo Unico sulla sicurezza approvato dal governo Prodi qualche mese fa. Il provvedimento del governo Prodi aveva molti limiti, ma è un boccone troppo indigesto per i padroni, che vogliono avere mano libera totale. Spiega il ministro in un’ intervista sul Corriere della sera di oggi: «non esiste l'equazione "tanti adempimenti formali uguale sicurezza". Anzi oltre un certo limite penso che più adempimenti formali possano produrre minor sicurezza sostanziale». Troppi controlli insomma, troppi “lacci e lacciuoli”. Le parole di Sacconi riecheggiano quelle sentite al convegno dello scorso fine settimana dei giovani di Confindustria. La relazione introduttiva lamentava "la fretta con cui il precedente governo ha licenziato il Testo Unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro". "Rendere ancora più complesse e difficili le norme che presidiano la sicurezza sul lavoro impone costi crescenti agli imprenditori che già seguono il dettato della legge mentre non sfiora neppure chi dell'illegalità fa una prassi", continuavano i giovani imprenditori. Non ci servono ancora lacrime di coccodrillo. Sappiamo chi sono i mandanti di questi omicidi sul lavoro: sono coloro che pongono il profitto al di sopra della vita dei lavoratori. E sappiamo chi sono i complici: i governi dell’Unione Europea, che proprio ieri hanno approvato una deroga al limite di 48 ore settimanali di lavoro. Attraverso accordi individuali si potrà lavorare fino a 60 ore settimanali (e in alcuni casi fino a 65). Chi può dimenticare che gli operai morti nel rogo della Thyssen Krupp facevano turni fino a 12 ore senza mai fermarsi? Ma conosciamo anche chi si volta dall’altra parte, facendo finta di non vedere. Sono i vertici sindacali che la prossima settimana si siederanno al tavolo di trattativa con governo e Confindustria per depotenziare il contratto nazionale di lavoro e le garanzie ancora in esso inserite. E che hanno convocato solo due ore di sciopero domani a Catania, invece di fermare tutto il paese per protestare contro la strage di Mineo. Finchè i lavoratori non potranno effettivamente controllare tutti gli aspetti dell’attività lavorativa sui posti di lavoro, finche ai propri rappresentanti non verrà dato un potere reale sulla sicurezza in fabbrica, nei cantieri e negli uffici, la classe operaia di questo paese piangerà altri morti. Vogliamo ricordare i lavoratori morti a Mineo impegnandoci ancor di più nella lotta per una società libera dalla schiavitù del profitto, dove chi lavora non debba rischiare la propria vita ogni giorno per portare il pane a casa.

venerdì 13 giugno 2008

Un congresso decisivo per il Prc - L'editoriale del nuovo numero di Falcemartello

Il congresso in corso è il più duro della storia del Partito della rifondazione comunista. Esige da parte di tutti noi un forte scatto d’orgoglio e partecipazione cosciente e attiva. La difficoltà deriva innanzitutto dalla sconfitta maturata negli ultimi tre anni e rivelatasi in modo dirompente nelle elezioni del 13-14 aprile, ma non si riduce ad essa. Il carattere potenzialmente distruttivo di questa situazione dipende dalla natura di quella sconfitta. Può accadere, è accaduto tante volte, che un partito comunista arretri, che venga sconfitto da un rapporto di forza sfavorevole o anche da errori specifici nell’impostazione di una battaglia. Si perde terreno, consenso, l’organizzazione ne viene indebolita, ma rimane la ragione politica e di classe della battaglia combattuta, sulla quale è possibile correggere gli errori e riprendere il cammino. La nostra storia recente, tuttavia, è diversa. Il Prc non solo è stato sconfitto, ma ha disertato il terreno dello scontro: questa è l’amara verità dei tre anni nei quali siamo stati parte dell’Unione e poi del governo Prodi. Le date del 9 giugno e del 23 luglio 2007 ce lo ricordano con particolare durezza. Il 9 giugno vide la rottura fra il partito e il movimento contro la guerra; il 23 luglio fu la rottura con milioni di lavoratori che avevano votato l’Unione, e noi con essa, nella speranza di porre un argine al precipitare della loro condizione di lavoro e di vita. Il Prc, imprigionato nella gabbia governativa, fu assente da quello scontro, impegnato a giustificare l’ingiustificabile. Prima e dopo quelle due date decisive, una serie interminabile di bocconi amari, promesse smentite, acrobazie verbali, autodifesa ad oltranza dei gruppi dirigenti. Per questo la sconfitta elettorale ha lasciato questa scia di smarrimento, perdita di punti di riferimento, e ci consegna la necessità di una vera e propria rivoluzione interna al nostro partito: politica, di gruppi dirigenti, di programmi, obiettivi, pratiche. Il primo compito è quindi quello di appropriarci di questo congresso, di farne il primo passo di questa svolta. Sono tanti, troppi quelli che suonano le campane a morto per Rifondazione comunista e guardano al congresso con la logica speculativa di chi punta non a ricostruire, ma a raccogliere i cocci in favore di altri progetti “costituenti” più o meno immaginari. Il nostro appello è innanzitutto a tutti i compagni che respingono questa logica distruttiva. FalceMartello si identifica pienamente nel percorso della mozione 4, della “svolta operaia”. Nelle pagine di questo numero abbiamo tentato di trattare alcuni dei temi decisivi di questo congresso. Qui vogliamo invece sottolineare alcuni punti riguardanti il modo come pensiamo sia giusto affrontare il dibattito. Ai compagni che partecipano ai congressi nei circoli ci permettiamo di segnalare alcuni punti importanti.
1) Respingiamo logiche di “voto utile” e di esproprio della sovranità degli iscritti e delle iscritte. Mettiamo al centro una valutazione scrupolosa degli argomenti politici proposti.
2) Le mozioni sono rappresentate da compagni in carne e ossa: si valuti quanto scritto nei testi in relazione al ruolo che le diverse aree hanno avuto nella vita del partito in questi anni. Si valuti la coerenza tra quanto si dice, quanto si scrive e i comportamenti concreti.
3) Respingiamo il sensazionalismo, i ricatti emotivi, il congresso svolto nei corridoi, nelle accuse e controaccuse che circolano sulla stampa o su tanti siti internet dove anziché parlare della condizione sociale del nostro paese o di temi politici e organizzativi seri per il rilancio del partito ci si diletta appunto nel “ping-pong” congressuale.
Gran parte del gruppo dirigente è da questo punto di vista irrecuperabile, e non è certo a loro che rivolgiamo questo invito. L’incapacità della maggior parte della direzione uscente di condurre un dibattito politico dignitoso non è l’ultimo dei motivi per cui ci battiamo per un ricambio profondo, non solo della linea politica, ma anche di chi dirige il partito. Per cominciare, proporremo non solo il criterio del salario operaio a tutti i livelli di direzione e istituzionali, ma anche una presenza obbligatoria di lavoratori dipendenti, particolarmente di lavoratori in produzione, nei futuri organismi dirigenti. Partiamo da una presenza ridotta negli organismi dirigenti uscenti, ma questo non significa che in questo congresso non abbiamo ambizioni, al contrario. La nostra volontà non è solo quella di allargare il consenso verso le nostre posizioni, cosa che siamo certi di poter fare, ma è anche di abbattere definitivamente quegli steccati che hanno fatto sì che negli anni scorsi tanti compagni e compagne capaci non potessero avere alcun ruolo nella costruzione del partito e del suo intervento di massa. Questo non ci ha fermato e chi ci conosce lo sa. In questi anni nessuna area del Prc, comprese quelle che disponevano di consensi e mezzi ben superiori ai nostri, ha sviluppato un intervento nella società neppure lontanamente paragonabile a quanto abbiamo fatto verso le fabbriche, le scuole, le università, ovunque potessimo aprirci una strada per interloquire con una classe operaia completamente abbandonata dalla sinistra e dai dirigenti sindacali. Questo lavoro prezioso fa parte della nostra battaglia congressuale e lotteremo affinché a partire da questo congresso possa entrare in una relazione virtuosa non solo con quei compagni che sosterranno la nostra mozione, ma con tutti coloro che si rimboccheranno le maniche nel duro lavoro di ricostruzione e rigenerazione necessario a far vivere il Prc. È questa anche la nostra risposta a chi, in particolare i compagni del primo documento, ha posto fin dal principio la questione della cosiddetta “gestione unitaria” del partito dopo il congresso. Ci pare come minimo precipitoso parlare prima che un solo circolo e un solo iscritto abbia potuto pronunciarsi nei congressi di base. È positivo che si critichi, sia pure con ritardo, la logica che allo scorso congresso portò all’affermarsi di una concezione maggioritaria, del “chi vince piglia tutto”. Detto questo, ci sono molte domande aperte. Unità di chi, con chi e per fare cosa? Su quali basi politiche? Su quali proposte organizzative? Unità di un gruppo dirigente sconfitto e frantumato che si autoassolve prima ancora che il congresso sia cominciato? O autentica unità nel lavoro di costruzione, radicamento, nell’elaborazione di piattaforme per l’intervento, in una ricerca teorica scrupolosa e aperta al contributo di tutti i compagni? Siamo fermamente convinti che il rafforzamento delle nostre posizioni può contribuire significativamente a dare a queste domande una risposta rigorosa, risposta che spetta innanzitutto al congresso stesso e ai compagni che vi parteciperanno.

lunedì 9 giugno 2008

Una svolta operaia per una nuova Rifondazione comunista - Intervista a Claudio Belotti

Ormai ci siamo. Il VII Congresso di Rifondazione Comunista è alle porte. Come tre anni fa vi presenteremo i documenti congressuali attraverso alcune interviste fatte ai maggiori rappresentanti delle diverse mozioni. Questa settimana è la volta della mozione numero 4 "Una svolta operaia per una nuova Rifondazione comunista", presentata dai compagni di FalceMartello (area che prende il nome dall'omonima rivista). Per noi un piacere parlarne con Claudio Bellotti della Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, primo firmatario del documento.

Partiamo da una considerazione precongressuale e postelettorale: il nostro VII Congresso, peraltro previsto come da scadenze statutarie, dopo la sconfitta nelle urne assume un sapore diverso da quello che avrebbe avuto se in Parlamento ci fossero ancora le sinistre e i comunisti. Quanto è inserita la discussione sul dopo-voto nel dibattito dentro il PRC?
C'è molto formalismo nelle riflessioni proposte sulla nostra sconfitta elettorale. La tesi proposta particolarmente nelle mozioni 1 e 2 è che siamo stati sconfitti fondamentalmente dall'involuzione sociale e culturale, una spiegazione che non rende conto delle nostre responsabilità politiche. Il popolo non ci vota? È colpa del popolo... Se questo è il ragionamento, le autocritiche altisonanti servono a poco e nulla. A nostro avviso una riflessione seria sulla nostra sconfitta elettorale deve necessariamente partire da noi, da quello che abbiamo fatto in questi tre anni seguiti al congresso di Venezia. Il 9 giugno 2007 si è manifestata la nostra rottura con il movimento contro la guerra; il 23 luglio la rottura, decisiva, con i lavoratori. Prima e dopo quelle due date decisive, una grandinata di bocconi amari, con il partito sistematicamente collocato nel posto sbagliato, a difendere un governo indifendibile. È questo che ha dato alla sconfitta il suo carattere devastante: si può perdere dopo aver combattuto, in quel caso si perde forza, ma perlomeno si mantiene il senso della propria battaglia. Qui invece non c'è stata una sconfitta sul campo, ma l'abbandono da parte del partito del terreno di scontro, l'essersi collocati sulla barricata sbagliata. Se non si parte a discutere da qui, saremo condannati a ripetere gli stessi errori. È poi tragicomico sentire dire che "non avevamo capito" che nell'Unione comandavano Confindustria e Padoa Schioppa, che "non avevamo capito" la forza dell'avversario. Un gruppo dirigente responsabile di un disastro del genere deve solo andare a casa.

In queste settimane il tema centrale su cui si è focalizzata l'attenzione della cosidetta "opinione pubblica", ben manovrata dal governo e dai mezzi di informazione, è la sicurezza: ma non quella sui posti di lavoro. Bensì la tensione securitaria che viene alimentata dalle fobie per gli stranieri, per i diversi. A Roma un giornalista di Radio Deegay è stato picchiato e gli è stato intimato di non trasmettere più. Nel quartiere del Pigneto una ventina di neonazisti ha assaltato negozi gestiti da bengalesi e da indiani. Le ronde padane pullulano dal Nord Ovest alle più remote città della Penisola. Senza parlare dell'aggressione alla Sapienza. Rifondazione Comunista ha gli strumenti per arginare questo clima di recrudescenza violenta e di intolleranza?
Il dilagare del razzismo, dei pregiudizi, del peggiore individualismo, è una parte non secondaria della sconfitta di questi anni. Se il movimento operaio viene rinchiuso nelle gabbie concertative, se i lavoratori vengono imbavagliati dai loro stessi dirigenti, si aprono spazi preoccupanti per la peggiore demagogia di destra. Peraltro questa offensiva ideologica e culturale non nasce dal nulla, è il contorno necessario per l'attacco sul piano sociale che viene da Confindustria e dalla destra al governo. Solidarietà, uguaglianza, unità, diritti, sono parole credibili solo se vengono da una sinistra che dimostra ogni giorno di essere coerente e intransigente nella difesa dei diritti dei lavoratori, pronta a lottare in prima fila anche nelle condizioni più avverse, altrimenti vengono viste come ipocrisia buona per i salotti progressisti, ma priva di contenuto per chi vede ogni giorno peggiorare la propria condizione sociale. La solidarietà che dobbiamo suscitare non può essere quella di chi, avendo la pancia piena, a fine pasto lascia un boccone a chi vive peggio. Deve essere la solidarietà fra chi lotta per i propri diritti e attraverso quella lotta comprende appieno la necessità dell'unità fra tutti gli opppressi come condizione indispensabile per condurre la propria battaglia. La battaglia antifascista e antirazzista deve diventare parte integrante della nostra piattaforma sociale, la risposta deve venire non solo dal nostro partito, ma innanzitutto da coloro che subiscono la discriminazione. Gli immigrati sono ormai parte fondamentale della classe operaia anche in Italia e sono convinto che saranno proprio il loro protagonismo e le loro lotte a rompere le barriere e ad indicare anche a noi la strada da intraprendere. Dobbiamo fare di tutto per favorire questo percorso.

C'è un'altra emergenza che viene invece sistematicamente trascurata, salvo qualche intervento sporadico quando ci scappa la tragedia: è la sicurezza sul lavoro. Non è forse questo il vero problema sicurezza nel nostro paese?
La sicurezza e la salute sul lavoro sono un risultato diretto dei rapporti di forza in fabbrica e nella società. Leggi, ispezioni, normative hanno senso solo se le inseriamo in questa prospettiva. Solo un lavoratore che abbia dei diritti certi, un salario decente, che non subisca la concorrenza al ribasso di chi è precario, in nero, o comunque ricattabile, può contrapporsi alle situazioni di pericolo sul lavoro. Poi ci sono i punti specifici: le leggi più recenti sull'orario di lavoro minano profondamente la sicurezza, ormai si sfonda in tutte le direzioni: orario giornaliero, settimanale, lavoro festivo, straordinari, riposo fra un turno e l'altro; così come è decisivo il dilagare di subappalti e di esternalizzazioni sia nel pubblico che nel privato. Dobbiamo partire facendo nostra una delle rivendicazioni emerse dalla lotta dei portuali di Genova (e non solo) dopo la morte di un loro compagno di lavoro: rappresentanti alla sicurezza eletti da tutti i lavoratori di un sito produttivo, a prescindere da quale sia l'impresa che li impiega, delegati che abbiano il diritto di ispezionare anche senza preavviso l'ambiente lavorativo e, in caso di pericolo, di interrompere la produzione.

Torniamo al VII Congresso di Rifondazione Comunista: da una parte si avanza la proposta della "Costituente della sinistra" e dall'altra quella della "Costiente dei comunisti". È un bisogno di unità o una ricerca forzata di assemblaggio di culture simili che portino ad una semplificazione del quadro politico nel frammentato mondo della sinistra italiana? In mezzo alle "costituenti" c'è posto per una posizione unitaria e radicale allo stesso tempo: un rafforzamento dell'esistente per una prospettiva unitaria della sinistra che rispetti le singole identità?
Le due domande sono strettamente legate. Ritengo che le due proposte di "costituente", sia pure diverse fra loro, rappresentino un errore gravissimo. Entrambe si propongono di "smontare" il Prc e prenderne qualche pezzo da assemblare con altri spezzoni per fare un altro partito. Sono quindi proposte demolitorie del Prc stesso. La costituente della sinistra è la più pericolosa, di fatto sarebbe una scissione a destra dal Prc per unirsi a Sinistra democratica e ad altri settori, peraltro assai ristretti, fortemente condizionati dal Partito democratico. La "costituente comunista" implica una sorta di allargamento del Pdci, senza alcuna riflessione sulle posizioni ultragoverniste che hanno caratterizzato il gruppo dirigente di quel partito in questi 10 anni. Peraltro ritengo a dir poco ambiguo il fatto che i compagni dell'Ernesto (mozione 3) dicano che la loro mozione non propone di aderire all'appello dell'"unità comunista" quando poi girano l'Italia assieme a Diliberto facendo iniziative a sostegno di quell'appello... Il primo requisito di un dibattito serio dovrebbe essere la coerenza. Il problema dell'unità a sinistra, che peraltro non riguarda solo le forze del defunto Arcobaleno, ma anche altre forze di sinsitra, comprese quelle che si sono scisse dal Prc, può essere posto solo in termini di unità d'azione, con un dibattito trasparente e democratico su piattaforme e battaglie comuni, il cui scopo non sia quello di salvare la faccia o la poltrona a dei dirigenti screditati, ma quelli di creare la mobilitazione più ampia e forte possibile contro la destra. Se in futuro questo approccio si intersecherà con una ripresa dei movimenti di lotta, allora sì che potrebbero aprirsi scenari credibili di unità sulla base di posizioni realmente antagoniste che seppelliscano una volta per tutte il governismo e il moderatismo che ci hanno portati fin qui. Ferrero nei mesi scorsi ha citato, secondo me del tutto a sproposito, il "modello Flm". Ma l'Flm rappresentava la spinta unitaria che salendo dalle fabbriche e dalle lotte degli anni '70 metteva in crisi i gruppi dirigenti e le burocrazie, che non a caso spesso la osteggiarono e lavorarono per depotenziarla. Quello che abbiamo avuto finora e che ancora ci si ripropone in varie forme (costituenti, "federazione", rilancio della Sinistra europea) è stato l'esatto contrario, ossia l'unità dei gruppi dirigenti alle spalle della base e contro le spinte più radicali e combattive. Il primo modello di unità è fertile e da perseguire, il secondo è distruttivo e moderato.

Secondo la posizione che qui rappresenti sono da escludere rapporti con il Partito Democratico o un dialogo su determinate tematiche è ancora possibile? E se sì, a che livello?
Il Partito democratico è un'espressione diretta del grande capitale e sarebbe ora che lo capissero tutti. Sulla politica economica sono più liberisti della destra, sui diritti inseguono le peggiori spinte xenofobe (quando non sono loro stessi a scatenare le campagne razziste, si vedano i sindaci del Pd). Chi parla di dialogo col Pd dovrebbe indicare un solo terreno sul quale questo sia possibile. Chi sogna che nel Pd possa nascere una "sinistra" con la quale fare fronte vive in un altro pianeta. Dobbiamo tagliare definitivamente questo guinzaglio, il che significa rompere anche nelle amministrazioni locali dove continuamo a subire le stesse politiche che abbiamo subìto col governo Prodi. Solo così potremo recuperare una effettiva autonomia politica, altrimenti saremo sempre un satellite del Pd, destinati a spaccarci e a entrare in crisi ogni volta che si pone il problema del "voto utile" o del "fermare la destra", che peraltro come si è ampiamente dimostrato non solo non viene arginata dalle alleanze come l'Unione, ma se ne avvantaggia per poi ripresentarsi più prepotente e arrogante che mai.

Puoi rivolgere un invito al voto per la tua mozione cercando di esprimere, al comtempo, una sintesi estrema della medesima?
Inviti al voto non ne faccio, questa non è una campagna elettorale né una televendita! Dico solo che il congresso deve essere dei compagni nei circoli, non è il congresso delle interviste, dei servizi televisivi o delle paginate di inserzioni a pagamento sui giornali. L'importante è che i compagni decidano in base agli argomenti politici proposti e valutando ciò le diverse aree hanno saputo esprimere sia nel dibattito che nell'intervento nella società, senza farsi condizionare da logiche d'immagine o da "fedeltà" dovute a questo o quel dirigente. La nostra area propone una "svolta operaia" del partito, intendiamo dire che il Prc può vivere e rinnovarsi solo se si ricostruisce come partito dei lavoratori, espressione dei loro bisogni, delle loro lotte, immerso fino in fondo nella classe operaia e fra gli sfruttati. La nostra ambizione non è solo che questa posizione prenda dei voti, ma soprattutto che su questa impostazione si apra un dialogo fecondo e un lavoro comune con tutti quei compagni, che ci votino o meno, che come noi sentono che questa crisi drammatica può anche essere salutare se ci porta davvero a un cambiamento di rotta.