1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO

1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO
Visualizzazione post con etichetta VII Congresso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta VII Congresso. Mostra tutti i post

martedì 29 luglio 2008

Documento Politico approvato dalla maggioranza (342 voti a favore su 646) della platea congressuale

RICOMINCIAMO: UNA SVOLTA A SINISTRA

1
Il Congresso considera chiusa e superata la fase caratterizzata dalla collaborazione organica con il PD nella fallimentare esperienza di governo dell’Unione, dalla presentazione alle elezioni della lista della Sinistra Arcobaleno e dalla sbagliata gestione maggioritaria della direzione del partito.


Il Congresso prende atto che nessuna delle mozioni poste alla base del VII Congresso nazionale del PRC è stata approvata.
Ritiene necessario e prioritario un forte rilancio culturale, politico e organizzativo del Partito della Rifondazione Comunista.
Respinge la proposta della Costituente di sinistra e qualsiasi ipotesi di superamento o confluenza del PRC in un’altra formazione politica. Il tema dell’unità a sinistra rimane un campo aperto di ricerca e sperimentazione, partendo da questa premessa.

2
Il rilancio del PRC deve essere caratterizzato in primo luogo da una svolta a sinistra. L’esperienza di governo dell’Unione ha mostrato l’impossibilità, data la linea del PD e i rapporti di forza esistenti, di un accordo organico per il governo del paese.
La sconfitta delle destre populiste e della politica antioperaia della Confindustria è il nostro obiettivo di fase. A tale fine, la linea neocentrista che caratterizza oggi il Partito Democratico è del tutto inefficace e sarebbe quindi completamente sbagliata la proposta di ricostruzione del centro sinistra; ci ridurrebbe in una collocazione subalterna all’interno di un contesto bipolare.
Al contrario è necessario costruire l’opposizione al governo Berlusconi, intrecciando la questione sociale con quella democratica e morale, in un quadro di autonomia del PRC e di alternatività al progetto strategico del PD.
E’ importante recuperare l’idea che l’opposizione non è una mera collocazione nel quadro politico ma si configura come una fase di ricostruzione, di radicamento e di relazioni sociali, di battaglia culturale e politica. Nella crisi della globalizzazione capitalistica l’alternativa la si costruisce nella lotta sociale e politica contro il governo Berlusconi, i progetti confindustriali e le visioni fondamentaliste e integraliste. Dentro questa prospettiva è indispensabile rafforzare la sinistra di alternativa, avviando una collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra e aggregando le realtà collettive ed individuali che si muovono al di fuori dei partiti politici sui diversi terreni sociali, sindacali e culturali.

3
Il rilancio del PRC parte dalla ripresa dell’iniziativa sociale e politica. La promozione di lotte, la costruzione di vertenze, la ricostruzione dei legami sociali a partire da forme di mutualità, sono indispensabili al fine di qualificare dal punto di vista dell’utilità sociale il ruolo storico dei comunisti e della sinistra. Così come sono elementi necessari per valutare l’efficacia della nostra presenza nelle istituzioni e per ribadire la nostra alterità e intransigente opposizione rispetto alle degenerazioni della politica. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative, ferma restando la piena sovranità dei diversi livelli del partito, anche alla luce dell’importanza assunta dai governi locali nel dispiegarsi di politiche di sussidiarietà, privatizzazione e securitarie, è necessario verificare se gli accordi di governo siano coerenti con gli obiettivi generali che il partito si pone in questa fase.

La lotta contro la manovra economica antipopolare del governo delle destre, l’opposizione alle iniziative razziste e discriminatorie contro i migranti e i rom, il contrasto ai progetti di attacco al pubblico impiego e alla pubblica amministrazione, l’opposizione alla controriforma della giustizia e la questione morale, rappresentano terreni decisivi di iniziativa, di mobilitazione e di allargamento di un movimento di massa contro le politiche del governo.
E’ quindi necessario, fin da subito, che il nuovo gruppo dirigente del partito lavori ad ogni possibile forma di coordinamento della sinistra politica, sociale e culturale al fine di mettere in campo la più ampia e forte mobilitazione contro il governo e la Confindustria. In questo quadro è necessario lavorare per la realizzazione di un nuovo 20 ottobre, una grande manifestazione di massa e una campagna politica di autunno che, partendo da quanti diedero vita all’appuntamento dello scorso anno, raccolga nuove forze, in particolare le espressioni di movimento e di lotta. Rientra in questo percorso l’impegno ad organizzare per il prossimo autunno la Conferenza Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori.
Non è però sufficiente una manifestazione; la ripresa di una iniziativa di lotta, richiede in primo luogo la messa in campo di una forte iniziativa in difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari; dalla difesa dei Contratti Nazionali di Lavoro alla questione dei salari e delle pensioni, dalla questione dirimente della lotta alla precarietà all’iniziativa contro la disoccupazione nel Mezzogiorno, dalla lotta per la casa alla difesa e sviluppo del welfare.
E’ centrale la questione del reddito, a partire dalla difesa del potere di acquisto di salari e pensioni che va tutelato anche attraverso un meccanismo di difesa automatica del valore reale delle retribuzioni e dal tema ineludibile del salario sociale.
Si tratta di terreni decisivi per ricostruire l’unità del mondo del lavoro, tra nord e sud, tra lavoratori pubblici e privati, tra italiani e migranti, e per ricomporre le attuali cesure tra lavoratori garantiti e atipici. Si tratta di declinare queste lotte intrecciandole al conflitto di genere ed alle relazioni intergenerazionali. Solo la ripresa del conflitto di classe può evitare che la guerra tra i poveri prenda piede nel nostro paese, sedimentando razzismo e xenofobia.
Pur nel rispetto dell’autonomia del sindacato, non possiamo che sottolineare la necessità assoluta che vengano superate le logiche concertative che hanno reso impossibile la difesa dei lavoratori e delle fasce a basso reddito. In questo quadro, riaffermando la necessità di una piena autonomia del sindacato da partiti, governo e padronato, auspichiamo la costruzione di una ampia sinistra sindacale che ponga al centro i nodi della democrazia e della ripresa del conflitto. Così come salutiamo positivamente ogni forma di coordinamento e di cooperazione nell’ambito del sindacalismo di base.
Riteniamo opportuno favorire ogni elemento di conflitto dal basso nei luoghi di lavoro, la rinascita di un protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, l’emergere di momenti di auto-organizzazione, tutti elementi decisivi affinché la battaglia anticoncertativa assuma una dimensione di massa. In questo quadro è necessario un forte investimento nella costruzione della presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro.
Intrecciati con la questione sociale in senso stretto, sono cresciuti nel paese importanti movimenti di lotta su temi decisivi quali la laicità dello Stato, la difesa della Costituzione repubblicana e antifascista, il rilancio della scuola e dell’università pubblica, il diritto alla libertà di orientamento sessuale e la lotta contro ogni forma di discriminazione, omofobia, violenza alle donne e attacco alle loro libertà, al diritto di scelta e di decisione sul loro corpo com’è il tentativo di attacco alla 194 e la legge sulla procreazione assistita, la difesa dell’ambiente su questioni che interessano contesti locali ma pongono problemi generali relativi al modello di sviluppo. Basti pensare alle lotte contro la Tav, contro le grandi opere, contro la proliferazione di inceneritori e rigassificatori. Si deve dare un sostegno attivo a questi movimenti lavorando per una ricomposizione dei conflitti in una strategia globale di trasformazione.
Diritti sociali, civili, ambientali sono per noi le diverse facce di uno stesso progetto: l’alternativa di società.
In questo quadro il VII Congresso del PRC ritiene necessario il lancio di una stagione referendaria sulle questioni della precarietà, della democrazia sui luoghi di lavoro, dell’antiproibizionismo, da gestire con il più vasto schieramento possibile.

4
Il PRC, riprendendo il percorso cominciato a Genova, ribadisce la propria internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e, in questo quadro, la volontà di intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari e le importantissime esperienze latino-americane che si collocano contro le politiche neoliberiste e di guerra, con i popoli in lotta contro l’occupazione militare e per l’autodeterminazione.
In Europa, in particolare, lavora ad un rafforzamento dell’unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica, al quale aderiranno i futuri eletti.
Per questo motivo il Congresso dà mandato agli organismi dirigenti affinché alle prossime elezioni europee siano presentati il simbolo e la lista di Rifondazione Comunista – SE sulla base del programma che sarà definito nel prossimo autunno. Questa decisione si deve accompagnare alla ricerca di convergenze, in occasione delle elezioni europee, tra forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti contrari al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e di guerra dell’ Unione Europea. Il Congresso ritiene gravissima qualsiasi manomissione della legge elettorale per le europee e impegna tutto il partito a contrastare questo progetto con il massimo di mobilitazione democratica di massa.
In Italia, in vista del prossimo vertice del G8, il PRC si deve impegnare, nelle istanze del movimento contro la globalizzazione, a ricostruire lo schieramento di forze politiche e sociali che condusse la mobilitazione contro il G8 di Genova, senza tacere sulle responsabilità del governo Prodi e sull’accondiscendenza del governo Soru nell’individuazione della sede del vertice in Italia alla Maddalena.
Il PRC deve impegnarsi, nell’ambito del movimento pacifista, in ogni lotta contro le guerre in corso nel mondo, contro la NATO e contro tutte le basi militari straniere, a partire da quella di Vicenza, e deve impegnarsi per il ritiro dei contingenti italiani dai teatri di guerra.

5
Il Congresso ritiene necessario rilanciare il partito e il progetto strategico della rifondazione comunista ed impegna il nuovo gruppo dirigente a promuovere ed incoraggiare un effettivo e pluralistico dibattito politico e teorico che prosegua nel segno dell’innovazione e della ricerca. In questo quadro, la ricerca sul tema della nonviolenza non riguarda per noi un assoluto metafisico ma una pratica di lotta da agire nel conflitto e nella critica del potere.
E’ parimenti necessario rilanciare l’indagine sulla morfologia del capitalismo contemporaneo, allargare il lavoro di inchiesta sulla nuova composizione di classe e sulle forme di organizzazione del conflitto.

Il rilancio del partito è impossibile senza la cura del partito stesso.
Il Congresso impegna il nuovo gruppo dirigente a procedere nella riforma del partito, in particolare mettendo in discussione il carattere monosessuato e separato della politica, muovendo dalle indicazioni emerse dalla Conferenza di Organizzazione di Carrara.
E’ necessario impedire ogni degenerazione del partito in senso leaderistico e plebiscitario ed ogni subordinazione del partito alle rappresentanze istituzionali e ai rapporti verticistici con altre forze politiche.
La gestione unitaria del partito, nel rispetto di eventuali dialettiche interne agli organismi dirigenti a tutti i livelli, deve essere intesa come partecipazione ai processi decisionali e non come mero diritto di critica a decisioni assunte da maggioranze o, peggio ancora, da cerchie ristrette di dirigenti.
La democrazia non è una forma qualsiasi di funzionamento del partito. Non si deve ridurre alla pura dialettica tra diverse posizioni né confondere in alcun modo con forme plebiscitarie di consenso. Il tesseramento deve essere strumento di partecipazione alla vita del partito, al suo progetto politico e alle sue decisioni. Non deve mai ridursi a strumento burocratico di conta interna. La democrazia necessita di partecipazione libera ed informata alla formazione di decisioni circa gli indirizzi politici di fondo e le scelte più importanti. In questo quadro la democrazia di genere è elemento essenziale della trasformazione della società per un mondo in cui eguaglianza e differenza siano elementi fondativi dell’autocostituzione di soggettività critiche, consapevoli, sessuate.
Gli organismi dirigenti a tutti i livelli non devono essere retti da una logica elitaria e devono essere fondati sul principio di responsabilità. La rotazione degli incarichi, la non commistione di incarichi di partito con incarichi istituzionali di governo, il rinnovamento costante degli organismi e il superamento del loro carattere monosessuato, l’introduzione di codici etici relativi ai comportamenti connessi ai privilegi sono obiettivi che il Congresso indica come prioritari al nuovo gruppo dirigente.
Il Congresso impegna infine il nuovo gruppo dirigente a lavorare, con gli strumenti opportuni, al miglioramento della formazione di tutti gli iscritti, dai militanti di base ai dirigenti nazionali”.

domenica 27 luglio 2008

Rifondazione, Paolo Ferrero eletto segretario

Paolo Ferrero è il nuovo segretario di Rifondazione Comunista e Nichi Vendola è il leader della minoranza. Sulle note di Bella Ciao, l'Internazionale e Bandiera Rossa cantate dai delegati, il VII congresso si è concluso come in pochi si aspettavano alla vigilia. A guidare un partito ai minimi storici dopo la batosta elettorale e la scomparsa dalle Aule parlamentari non sarà il governatore della Puglia, in pole per una leadership 'benedetta' anche da Fausto Bertinotti, ma l'ex alleato di maggioranza che ha saputo trovare un'intesa con tutte le correnti del partito riuscendo ad ottenere 142 voti di maggioranza. Fallito ogni tentativo di trovare un accordo, Rifondazione è andata alla conta, prima per la votazione dei due documenti politici, quello che raccoglieva le minoranze intorno all'ex ministro e il documento presentato dai Vendoliani e poi nella scelta del segretario. Ed il risultato consegna una maggioranza dal volto multiforme: Nella segreteria del partito che sarà eletta nel primo Comitato politico di settembre siederanno compagni dalle storie diverse. Per la prima volta ci saranno i trotzkisti di Claudio Bellotti mentre farà ritorno Claudio Grassi, leader della corrente di Essere Comunisti che negli anni passati ha ricoperto l'incarico di tesoriere. Insieme a loro ci saranno poi i rappresentanti dell'Ernesto, la minoranza di Fosco Giannini. La 'rabbia' dei 'vendoliani' era difficile da nascondere, anzi, il ragionamento che si faceva a caldo era che l'accordo tra Ferrero e le altre mozioni era chiuso da mesi. Sepolta l'ipotesi di una costituente di sinistra con il cambio di casacca della maggioranza interna, la nuova Rifondazione di Ferrero ripartirà "dal basso" costruendo "un'opposizione sociale al governo Berlusconi". Nessuna ipotesi di superamento del partito o scioglimento in altri soggetti della sinistra, anzi, ripartire il prima possibile con il rilancio del partito che dovrà presentarsi alle Europee con il suo simbolo. Ma soprattutto "autonomia" dal Partito Democratico. Il neo segretario poi tende la mano alla minoranza guidata da Vendola ribadendo l'intenzione di procedere ad "una gestione unitaria del partito" e facendo intendere di considerare anche i 'vendoliani' parte della segreteria. Gli sconfitti però non sembrano pensarla allo stesso modo. Nichi Vendola rinuncia alla corsa contro l'ex ministro della Soldarietà Sociale, un passo indietro dalla 'conta' al comitato politico ma non dalla battaglia interna. La scelta di Ferrero è "un errore" dice il governatore della Puglia che poi se la prende con la neo maggioranza, una plastica "dimostrazione di dove ha lavorato culturalmente il leaderismo" e cioé "alla ricerca certosina di alleanze utili a disseppellire il leader". Parole che non piacciono al neo segretario e che indicano subito il clima dentro Rifondazione. Il segretario del Prc bolla come "insulti" alcuni interventi e poi rivendica l'accordo trovato con gli esponenti delle altre mozioni. "A vincere il congresso è una coalizione - sottolinea - che ha un accordo su una base politica". A settembre dunque partirà ufficialmente la battaglia dentro il partito. L'ala vendoliana rivendica una maggioranza compatta contro una vittoria "striminzita" come la definisce Gennaro Migliore. La vittoria di Ferrero spariglia anche gli ex alleati dell'Arcobaleno. Se Claudio Fava di Sinistra Democratica parla di "un forte arretramento", il leader del Pdci Oliviero Diliberto si dice convinto che "possa iniziare un percorso comune".

domenica 29 giugno 2008

Eletta la nuova segreteria del circolo

Segretario:............................ Francesco Triunfo

Vicesegretario:.................... Orazio Signorella

Responabile organizzativo:.......Antonio Centonze

mercoledì 25 giugno 2008

Il nuovo direttivo di circolo

  1. Triunfo Francesco
  2. Frescura Lucia
  3. Signorella Orazio
  4. Buono Florinda
  5. Centonze Antonio
  6. Flumine Carlo
  7. Bruni Michelangelo
  8. Frescura Gino
  9. Dimucci Angelo

Risultati Congresso di Circolo

Mozione 1 - Rifondazione Comunista in movimenti (Ferrero)
Voti 2

Mozione 2 - Manifesto per la Rifondazione (Vendola)
Voti 0

Mozione 3 - Rifondare un partito comunista.... (Pegolo)
Voti 0

Mozione 4 - Una svolta operaia per una nuova rifondazione comunista (Bellotti)
Voti 14


Mozione 5 - Disarmiamoci....(De Cesaris)
Voti 0

venerdì 13 giugno 2008

Un congresso decisivo per il Prc - L'editoriale del nuovo numero di Falcemartello

Il congresso in corso è il più duro della storia del Partito della rifondazione comunista. Esige da parte di tutti noi un forte scatto d’orgoglio e partecipazione cosciente e attiva. La difficoltà deriva innanzitutto dalla sconfitta maturata negli ultimi tre anni e rivelatasi in modo dirompente nelle elezioni del 13-14 aprile, ma non si riduce ad essa. Il carattere potenzialmente distruttivo di questa situazione dipende dalla natura di quella sconfitta. Può accadere, è accaduto tante volte, che un partito comunista arretri, che venga sconfitto da un rapporto di forza sfavorevole o anche da errori specifici nell’impostazione di una battaglia. Si perde terreno, consenso, l’organizzazione ne viene indebolita, ma rimane la ragione politica e di classe della battaglia combattuta, sulla quale è possibile correggere gli errori e riprendere il cammino. La nostra storia recente, tuttavia, è diversa. Il Prc non solo è stato sconfitto, ma ha disertato il terreno dello scontro: questa è l’amara verità dei tre anni nei quali siamo stati parte dell’Unione e poi del governo Prodi. Le date del 9 giugno e del 23 luglio 2007 ce lo ricordano con particolare durezza. Il 9 giugno vide la rottura fra il partito e il movimento contro la guerra; il 23 luglio fu la rottura con milioni di lavoratori che avevano votato l’Unione, e noi con essa, nella speranza di porre un argine al precipitare della loro condizione di lavoro e di vita. Il Prc, imprigionato nella gabbia governativa, fu assente da quello scontro, impegnato a giustificare l’ingiustificabile. Prima e dopo quelle due date decisive, una serie interminabile di bocconi amari, promesse smentite, acrobazie verbali, autodifesa ad oltranza dei gruppi dirigenti. Per questo la sconfitta elettorale ha lasciato questa scia di smarrimento, perdita di punti di riferimento, e ci consegna la necessità di una vera e propria rivoluzione interna al nostro partito: politica, di gruppi dirigenti, di programmi, obiettivi, pratiche. Il primo compito è quindi quello di appropriarci di questo congresso, di farne il primo passo di questa svolta. Sono tanti, troppi quelli che suonano le campane a morto per Rifondazione comunista e guardano al congresso con la logica speculativa di chi punta non a ricostruire, ma a raccogliere i cocci in favore di altri progetti “costituenti” più o meno immaginari. Il nostro appello è innanzitutto a tutti i compagni che respingono questa logica distruttiva. FalceMartello si identifica pienamente nel percorso della mozione 4, della “svolta operaia”. Nelle pagine di questo numero abbiamo tentato di trattare alcuni dei temi decisivi di questo congresso. Qui vogliamo invece sottolineare alcuni punti riguardanti il modo come pensiamo sia giusto affrontare il dibattito. Ai compagni che partecipano ai congressi nei circoli ci permettiamo di segnalare alcuni punti importanti.
1) Respingiamo logiche di “voto utile” e di esproprio della sovranità degli iscritti e delle iscritte. Mettiamo al centro una valutazione scrupolosa degli argomenti politici proposti.
2) Le mozioni sono rappresentate da compagni in carne e ossa: si valuti quanto scritto nei testi in relazione al ruolo che le diverse aree hanno avuto nella vita del partito in questi anni. Si valuti la coerenza tra quanto si dice, quanto si scrive e i comportamenti concreti.
3) Respingiamo il sensazionalismo, i ricatti emotivi, il congresso svolto nei corridoi, nelle accuse e controaccuse che circolano sulla stampa o su tanti siti internet dove anziché parlare della condizione sociale del nostro paese o di temi politici e organizzativi seri per il rilancio del partito ci si diletta appunto nel “ping-pong” congressuale.
Gran parte del gruppo dirigente è da questo punto di vista irrecuperabile, e non è certo a loro che rivolgiamo questo invito. L’incapacità della maggior parte della direzione uscente di condurre un dibattito politico dignitoso non è l’ultimo dei motivi per cui ci battiamo per un ricambio profondo, non solo della linea politica, ma anche di chi dirige il partito. Per cominciare, proporremo non solo il criterio del salario operaio a tutti i livelli di direzione e istituzionali, ma anche una presenza obbligatoria di lavoratori dipendenti, particolarmente di lavoratori in produzione, nei futuri organismi dirigenti. Partiamo da una presenza ridotta negli organismi dirigenti uscenti, ma questo non significa che in questo congresso non abbiamo ambizioni, al contrario. La nostra volontà non è solo quella di allargare il consenso verso le nostre posizioni, cosa che siamo certi di poter fare, ma è anche di abbattere definitivamente quegli steccati che hanno fatto sì che negli anni scorsi tanti compagni e compagne capaci non potessero avere alcun ruolo nella costruzione del partito e del suo intervento di massa. Questo non ci ha fermato e chi ci conosce lo sa. In questi anni nessuna area del Prc, comprese quelle che disponevano di consensi e mezzi ben superiori ai nostri, ha sviluppato un intervento nella società neppure lontanamente paragonabile a quanto abbiamo fatto verso le fabbriche, le scuole, le università, ovunque potessimo aprirci una strada per interloquire con una classe operaia completamente abbandonata dalla sinistra e dai dirigenti sindacali. Questo lavoro prezioso fa parte della nostra battaglia congressuale e lotteremo affinché a partire da questo congresso possa entrare in una relazione virtuosa non solo con quei compagni che sosterranno la nostra mozione, ma con tutti coloro che si rimboccheranno le maniche nel duro lavoro di ricostruzione e rigenerazione necessario a far vivere il Prc. È questa anche la nostra risposta a chi, in particolare i compagni del primo documento, ha posto fin dal principio la questione della cosiddetta “gestione unitaria” del partito dopo il congresso. Ci pare come minimo precipitoso parlare prima che un solo circolo e un solo iscritto abbia potuto pronunciarsi nei congressi di base. È positivo che si critichi, sia pure con ritardo, la logica che allo scorso congresso portò all’affermarsi di una concezione maggioritaria, del “chi vince piglia tutto”. Detto questo, ci sono molte domande aperte. Unità di chi, con chi e per fare cosa? Su quali basi politiche? Su quali proposte organizzative? Unità di un gruppo dirigente sconfitto e frantumato che si autoassolve prima ancora che il congresso sia cominciato? O autentica unità nel lavoro di costruzione, radicamento, nell’elaborazione di piattaforme per l’intervento, in una ricerca teorica scrupolosa e aperta al contributo di tutti i compagni? Siamo fermamente convinti che il rafforzamento delle nostre posizioni può contribuire significativamente a dare a queste domande una risposta rigorosa, risposta che spetta innanzitutto al congresso stesso e ai compagni che vi parteciperanno.

lunedì 9 giugno 2008

Una svolta operaia per una nuova Rifondazione comunista - Intervista a Claudio Belotti

Ormai ci siamo. Il VII Congresso di Rifondazione Comunista è alle porte. Come tre anni fa vi presenteremo i documenti congressuali attraverso alcune interviste fatte ai maggiori rappresentanti delle diverse mozioni. Questa settimana è la volta della mozione numero 4 "Una svolta operaia per una nuova Rifondazione comunista", presentata dai compagni di FalceMartello (area che prende il nome dall'omonima rivista). Per noi un piacere parlarne con Claudio Bellotti della Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, primo firmatario del documento.

Partiamo da una considerazione precongressuale e postelettorale: il nostro VII Congresso, peraltro previsto come da scadenze statutarie, dopo la sconfitta nelle urne assume un sapore diverso da quello che avrebbe avuto se in Parlamento ci fossero ancora le sinistre e i comunisti. Quanto è inserita la discussione sul dopo-voto nel dibattito dentro il PRC?
C'è molto formalismo nelle riflessioni proposte sulla nostra sconfitta elettorale. La tesi proposta particolarmente nelle mozioni 1 e 2 è che siamo stati sconfitti fondamentalmente dall'involuzione sociale e culturale, una spiegazione che non rende conto delle nostre responsabilità politiche. Il popolo non ci vota? È colpa del popolo... Se questo è il ragionamento, le autocritiche altisonanti servono a poco e nulla. A nostro avviso una riflessione seria sulla nostra sconfitta elettorale deve necessariamente partire da noi, da quello che abbiamo fatto in questi tre anni seguiti al congresso di Venezia. Il 9 giugno 2007 si è manifestata la nostra rottura con il movimento contro la guerra; il 23 luglio la rottura, decisiva, con i lavoratori. Prima e dopo quelle due date decisive, una grandinata di bocconi amari, con il partito sistematicamente collocato nel posto sbagliato, a difendere un governo indifendibile. È questo che ha dato alla sconfitta il suo carattere devastante: si può perdere dopo aver combattuto, in quel caso si perde forza, ma perlomeno si mantiene il senso della propria battaglia. Qui invece non c'è stata una sconfitta sul campo, ma l'abbandono da parte del partito del terreno di scontro, l'essersi collocati sulla barricata sbagliata. Se non si parte a discutere da qui, saremo condannati a ripetere gli stessi errori. È poi tragicomico sentire dire che "non avevamo capito" che nell'Unione comandavano Confindustria e Padoa Schioppa, che "non avevamo capito" la forza dell'avversario. Un gruppo dirigente responsabile di un disastro del genere deve solo andare a casa.

In queste settimane il tema centrale su cui si è focalizzata l'attenzione della cosidetta "opinione pubblica", ben manovrata dal governo e dai mezzi di informazione, è la sicurezza: ma non quella sui posti di lavoro. Bensì la tensione securitaria che viene alimentata dalle fobie per gli stranieri, per i diversi. A Roma un giornalista di Radio Deegay è stato picchiato e gli è stato intimato di non trasmettere più. Nel quartiere del Pigneto una ventina di neonazisti ha assaltato negozi gestiti da bengalesi e da indiani. Le ronde padane pullulano dal Nord Ovest alle più remote città della Penisola. Senza parlare dell'aggressione alla Sapienza. Rifondazione Comunista ha gli strumenti per arginare questo clima di recrudescenza violenta e di intolleranza?
Il dilagare del razzismo, dei pregiudizi, del peggiore individualismo, è una parte non secondaria della sconfitta di questi anni. Se il movimento operaio viene rinchiuso nelle gabbie concertative, se i lavoratori vengono imbavagliati dai loro stessi dirigenti, si aprono spazi preoccupanti per la peggiore demagogia di destra. Peraltro questa offensiva ideologica e culturale non nasce dal nulla, è il contorno necessario per l'attacco sul piano sociale che viene da Confindustria e dalla destra al governo. Solidarietà, uguaglianza, unità, diritti, sono parole credibili solo se vengono da una sinistra che dimostra ogni giorno di essere coerente e intransigente nella difesa dei diritti dei lavoratori, pronta a lottare in prima fila anche nelle condizioni più avverse, altrimenti vengono viste come ipocrisia buona per i salotti progressisti, ma priva di contenuto per chi vede ogni giorno peggiorare la propria condizione sociale. La solidarietà che dobbiamo suscitare non può essere quella di chi, avendo la pancia piena, a fine pasto lascia un boccone a chi vive peggio. Deve essere la solidarietà fra chi lotta per i propri diritti e attraverso quella lotta comprende appieno la necessità dell'unità fra tutti gli opppressi come condizione indispensabile per condurre la propria battaglia. La battaglia antifascista e antirazzista deve diventare parte integrante della nostra piattaforma sociale, la risposta deve venire non solo dal nostro partito, ma innanzitutto da coloro che subiscono la discriminazione. Gli immigrati sono ormai parte fondamentale della classe operaia anche in Italia e sono convinto che saranno proprio il loro protagonismo e le loro lotte a rompere le barriere e ad indicare anche a noi la strada da intraprendere. Dobbiamo fare di tutto per favorire questo percorso.

C'è un'altra emergenza che viene invece sistematicamente trascurata, salvo qualche intervento sporadico quando ci scappa la tragedia: è la sicurezza sul lavoro. Non è forse questo il vero problema sicurezza nel nostro paese?
La sicurezza e la salute sul lavoro sono un risultato diretto dei rapporti di forza in fabbrica e nella società. Leggi, ispezioni, normative hanno senso solo se le inseriamo in questa prospettiva. Solo un lavoratore che abbia dei diritti certi, un salario decente, che non subisca la concorrenza al ribasso di chi è precario, in nero, o comunque ricattabile, può contrapporsi alle situazioni di pericolo sul lavoro. Poi ci sono i punti specifici: le leggi più recenti sull'orario di lavoro minano profondamente la sicurezza, ormai si sfonda in tutte le direzioni: orario giornaliero, settimanale, lavoro festivo, straordinari, riposo fra un turno e l'altro; così come è decisivo il dilagare di subappalti e di esternalizzazioni sia nel pubblico che nel privato. Dobbiamo partire facendo nostra una delle rivendicazioni emerse dalla lotta dei portuali di Genova (e non solo) dopo la morte di un loro compagno di lavoro: rappresentanti alla sicurezza eletti da tutti i lavoratori di un sito produttivo, a prescindere da quale sia l'impresa che li impiega, delegati che abbiano il diritto di ispezionare anche senza preavviso l'ambiente lavorativo e, in caso di pericolo, di interrompere la produzione.

Torniamo al VII Congresso di Rifondazione Comunista: da una parte si avanza la proposta della "Costituente della sinistra" e dall'altra quella della "Costiente dei comunisti". È un bisogno di unità o una ricerca forzata di assemblaggio di culture simili che portino ad una semplificazione del quadro politico nel frammentato mondo della sinistra italiana? In mezzo alle "costituenti" c'è posto per una posizione unitaria e radicale allo stesso tempo: un rafforzamento dell'esistente per una prospettiva unitaria della sinistra che rispetti le singole identità?
Le due domande sono strettamente legate. Ritengo che le due proposte di "costituente", sia pure diverse fra loro, rappresentino un errore gravissimo. Entrambe si propongono di "smontare" il Prc e prenderne qualche pezzo da assemblare con altri spezzoni per fare un altro partito. Sono quindi proposte demolitorie del Prc stesso. La costituente della sinistra è la più pericolosa, di fatto sarebbe una scissione a destra dal Prc per unirsi a Sinistra democratica e ad altri settori, peraltro assai ristretti, fortemente condizionati dal Partito democratico. La "costituente comunista" implica una sorta di allargamento del Pdci, senza alcuna riflessione sulle posizioni ultragoverniste che hanno caratterizzato il gruppo dirigente di quel partito in questi 10 anni. Peraltro ritengo a dir poco ambiguo il fatto che i compagni dell'Ernesto (mozione 3) dicano che la loro mozione non propone di aderire all'appello dell'"unità comunista" quando poi girano l'Italia assieme a Diliberto facendo iniziative a sostegno di quell'appello... Il primo requisito di un dibattito serio dovrebbe essere la coerenza. Il problema dell'unità a sinistra, che peraltro non riguarda solo le forze del defunto Arcobaleno, ma anche altre forze di sinsitra, comprese quelle che si sono scisse dal Prc, può essere posto solo in termini di unità d'azione, con un dibattito trasparente e democratico su piattaforme e battaglie comuni, il cui scopo non sia quello di salvare la faccia o la poltrona a dei dirigenti screditati, ma quelli di creare la mobilitazione più ampia e forte possibile contro la destra. Se in futuro questo approccio si intersecherà con una ripresa dei movimenti di lotta, allora sì che potrebbero aprirsi scenari credibili di unità sulla base di posizioni realmente antagoniste che seppelliscano una volta per tutte il governismo e il moderatismo che ci hanno portati fin qui. Ferrero nei mesi scorsi ha citato, secondo me del tutto a sproposito, il "modello Flm". Ma l'Flm rappresentava la spinta unitaria che salendo dalle fabbriche e dalle lotte degli anni '70 metteva in crisi i gruppi dirigenti e le burocrazie, che non a caso spesso la osteggiarono e lavorarono per depotenziarla. Quello che abbiamo avuto finora e che ancora ci si ripropone in varie forme (costituenti, "federazione", rilancio della Sinistra europea) è stato l'esatto contrario, ossia l'unità dei gruppi dirigenti alle spalle della base e contro le spinte più radicali e combattive. Il primo modello di unità è fertile e da perseguire, il secondo è distruttivo e moderato.

Secondo la posizione che qui rappresenti sono da escludere rapporti con il Partito Democratico o un dialogo su determinate tematiche è ancora possibile? E se sì, a che livello?
Il Partito democratico è un'espressione diretta del grande capitale e sarebbe ora che lo capissero tutti. Sulla politica economica sono più liberisti della destra, sui diritti inseguono le peggiori spinte xenofobe (quando non sono loro stessi a scatenare le campagne razziste, si vedano i sindaci del Pd). Chi parla di dialogo col Pd dovrebbe indicare un solo terreno sul quale questo sia possibile. Chi sogna che nel Pd possa nascere una "sinistra" con la quale fare fronte vive in un altro pianeta. Dobbiamo tagliare definitivamente questo guinzaglio, il che significa rompere anche nelle amministrazioni locali dove continuamo a subire le stesse politiche che abbiamo subìto col governo Prodi. Solo così potremo recuperare una effettiva autonomia politica, altrimenti saremo sempre un satellite del Pd, destinati a spaccarci e a entrare in crisi ogni volta che si pone il problema del "voto utile" o del "fermare la destra", che peraltro come si è ampiamente dimostrato non solo non viene arginata dalle alleanze come l'Unione, ma se ne avvantaggia per poi ripresentarsi più prepotente e arrogante che mai.

Puoi rivolgere un invito al voto per la tua mozione cercando di esprimere, al comtempo, una sintesi estrema della medesima?
Inviti al voto non ne faccio, questa non è una campagna elettorale né una televendita! Dico solo che il congresso deve essere dei compagni nei circoli, non è il congresso delle interviste, dei servizi televisivi o delle paginate di inserzioni a pagamento sui giornali. L'importante è che i compagni decidano in base agli argomenti politici proposti e valutando ciò le diverse aree hanno saputo esprimere sia nel dibattito che nell'intervento nella società, senza farsi condizionare da logiche d'immagine o da "fedeltà" dovute a questo o quel dirigente. La nostra area propone una "svolta operaia" del partito, intendiamo dire che il Prc può vivere e rinnovarsi solo se si ricostruisce come partito dei lavoratori, espressione dei loro bisogni, delle loro lotte, immerso fino in fondo nella classe operaia e fra gli sfruttati. La nostra ambizione non è solo che questa posizione prenda dei voti, ma soprattutto che su questa impostazione si apra un dialogo fecondo e un lavoro comune con tutti quei compagni, che ci votino o meno, che come noi sentono che questa crisi drammatica può anche essere salutare se ci porta davvero a un cambiamento di rotta.



venerdì 6 giugno 2008

Tribuna congressuale - Un “ritorno alle origini” per il Prc?

Scritto da Roberto Sarti (Cpf Milano) - Liberazione, 5 giugno 2008

Il dibattito congressuale ruota attorno ad un leit motiv, bisogna salvare Rifondazione comunista. Ma come? A questa domanda, vista come decisiva, e giustamente da tanti militanti, si offrono le risposte più svariate. C’è chi, fra gli altri, propone che la salvezza debba passare, in maniera un po’ bizzarra, attraverso la sua liquidazione, e chi suggerisce un “ritorno alle origini” cioè alla rifondazione del 1991. Ritorno alle origini? Se parliamo dell’entusiasmo con cui decine di migliaia di lavoratori e giovani hanno cercato di costruire Rifondazione Comunista in quei primi anni, non potremmo che sottoscrivere questo proposito. Ma quando si parla della “piattaforma politica” e della “prospettiva strategica” che caratterizzava il Prc dei primi anni novanta, pensiamo che si commetta un grosso errore richiamandosi a tale modello. Il disastro di questi ultimi due anni di governo è infatti legato alla linea politica portata avanti fin dalla nascita del nostro partito. Il gruppo dirigente di oggi non ha mai operato una vera revisione critica della prospettiva strategica di allora, in primo luogo la questione del rapporto dei comunisti con i governi della borghesia. Nei primi anni della sua esistenza il Prc si oppose alle politiche di lacrime e sangue portate avanti da Ciampi ed Amato, disse no alla cancellazione della scala mobile ed alla controriforma delle pensioni attuata dal Governo Dini. Su questa base, riuscì ad attirare numerosi militanti e a raggiungere il suo massimo storico, nelle elezioni politiche del 1996, con oltre tre milioni di voti e l’8,6%. Era quello, soprattutto tra il 1994 e il 1996, il “periodo d’oro” del nostro partito, in termini di consenso e visibilità nella società. Ma questi successi furono di breve durata: ogni volta infatti che la classe dominante, attraverso la sua componente “democratica e progressista” esercitava le proprie pressioni sul Prc, una parte o l’intero gruppo dirigente fu pronto a piegarsi. Il 1995 è il momento della prima crisi, quando un gruppo di quindici deputati e senatori decise di votare la fiducia al governo Dini, sostenuto da una maggioranza trasversale formata anche da Lega, Ppi e Pds. Questo gruppo, guidato dal primo segretario del Prc, Garavini, formerà il Movimento dei comunisti unitari, che entrerà poi nei Ds. Decisamente più grave l’esperienza dell’appoggio esterno al primo governo Prodi, durata ben due anni, dal 1996 al 1998. Allora si giustificava l’alleanza elettorale col centrosinistra con argomenti molto simili a quelli che abbiamo sentito in questi ultimi due anni. Bisogna “fermare le destre”, “non volete mica che torni Berlusconi?”,”bisogna difendere la democrazia”.e così via. Per due anni fummo totalmente sottomessi alle politiche filopadronali di quell’esecutivo (finanziarie pesantissime per entrare nell’euro, privatizzazioni, pacchetto Treu, ecc.), fino alla rottura con Prodi avvenuta nell’ottobre del 1998. Rottura che mise a rischio l’esistenza del Prc, a causa della scissione capitanata questa volta da Cossutta e Diliberto, che diede vita al Partito dei Comunisti Italiani. L’illusione era di poter “condizionare” il governo di Romano Prodi, attraverso un “compromesso sociale dinamico” fra le classi, come ci spiegavano Bertinotti e Cossutta. L’errore stava proprio nel credere che attraverso un’alleanza con la borghesia “progressista” ed i suoi partiti si potesse avviare una stagione di riforme. Non si capiva che una politica riformista non è possibile, in questa fase storica, se non rompendo con la logica delle compatibilità capitaliste. Non a caso dagli anni ottanta in poi ogni governo, fosse di destra, di centro o di sinistra in Europa, ha adottato le stesse politiche di tagli e privatizzazioni. Per salvare il nostro partito bisogna rompere con ogni ipotesi di collaborazione a livello nazionale e locale, con quei partiti legati a doppio filo agli interessi padronali, nel caso concreto il Partito Democratico. Questa riflessione tuttavia è quanto mai lontana dalle posizioni di una forza come il Pdci, che ha fatto del “governo sempre e comunque” uno dei tratti fondamentali della propria ragion d’essere. Allo stesso modo nessuna delle mozioni congressuali, a parte la nostra, trae le conclusioni necessarie dall’esperienza di questi 17 anni di vita di Rifondazione. L’indipendenza di classe deve essere un tratto essenziale della politica dei comunisti. Solo partendo da una svolta profonda di strategia, da una “svolta operaia”, si potrà ricostruire Rifondazione comunista e avanzare una proposta di unità con tutti coloro che si richiamano al comunismo e alla lotta al capitalismo. Se vogliamo parlare di “ritorno alle origini” e di “unità comunista”, rivisitiamo il pensiero di Marx, Lenin e Gramsci, che dedicarono tutta la loro vita alla lotta contro il riformismo ed alla necessità di unire i lavoratori nella prospettiva della rottura rivoluzionaria verso una società non governata dal profitto.

giovedì 5 giugno 2008

Nichi Vendola rimane in mutande... Rifondazione Comunista verso la spaccatura

Da Affaritaliani.it

Il dado è tratto. Ormai non ci sono più dubbi. Il congresso di Rifondazione Comunista, in programma dal 24 al 27 luglio a Chianciano Terme (Siena), è segnato: Paolo Ferrero sconfiggerà in modo netto Nichi Vendola. Secondo quanto Affaritaliani.it ha appreso da fonti interne al Prc, le riunioni pre-assise dei comitati politici provinciali assegnano all'ex ministro della Solidarietà Sociale tra il 60 e il 70% delle preferenze, mentre il governatore della Puglia si ferma attorno al 30%. Le briciole alle altre mozioni. Vendola appare molto forte nel Mezzogiorno e in particolare nella sua Puglia, in Campania e in Calabria - regioni dove c'è il più alto numero di iscritti al partito - ma questo dato non è sufficiente per bilanciare lo strapotere di Ferrero nel Centro-Nord. Da Milano a Roma, passando per Toscana ed Emilia Romagna, l'ex ministro ha infatti sbaragliato la concorrenza interna. Il congresso comunque non elegge direttamente il nuovo segretario bensì il comitato politico nazionale, che, dopo una decina di giorni, nominerà ufficialmente i nuovi organismi del partito tra cui il leader. Ma, con queste percentuali, l'elezione di Ferrero alla guida di Rifondazione Comunista è praticamente scontata, anche perché la terza e la quarta mozione sono nettamente più vicine all'ex responsabile della Solidarietà Sociale che non al presidente della Puglia (mentre la quinta è equidistante). Non c'è storia, quindi, la battaglia è segnata. Tanto che nel Prc già ci si chiede come cambierà il partito con l'uscita di scena dei vari Giordano e Migliore. Un dato è certo: stop a tutte le costituenti, siano esse per il comunismo o per la sinistra. La linea sarà quella di un forte rilancio di Rifondazione sul territorio, mettendo la parola fine a qualsiasi ipotesi di alleanze o nuovi contenitori. L'Arcobaleno è stato bocciato sonoramente dagli elettori e indietro non si torna. Perciò alle Europee del prossimo anno, primo appuntamento elettorale di rilievo, il Prc si presenterà da solo e con la falce e il martello. Quanto ai rapporti con le altre formazioni della sinistra radicale, non si andrà oltre la federazione, ovvero un mero cartello elettorale con i Comunisti Italiani e i Verdi. Ipotesi comunque legata alla futura legge elettorale e pertanto non scontata. E il Partito Democratico? Se Vendola critica Veltroni ma strizza l'occhio a D'Alema, la linea di Ferrero è radicale: con il loft nessun rapporto, nessun dialogo. Competizione anche a livello locale, con il rischio per moltissime giunte di Centrosinistra sparse per l'Italia. Il modello teorico è quello della Linke tedesca di Oscar Lafontaine, che ha unito gli scontenti dei socialdemocratici e gli ex comunisti della Germania Orientale. Un partito quindi fortemente identitario, classista, e legato a quella parte della Cgil (Fiom in particolare) che non ha alcuna intenzione di dialogare con il governo. Una forza quindi proletaria. Attenzione, però, perché questa svolta radicale potrebbe essere molto dolorosa. All'interno di Rifondazione non escludono affatto l'ipotesi di una clamorosa scissione da parte di Vendola e dei suoi fedelissimi. Al momento tutti tendono ufficialmente a smentire questo scenario, con appelli all'unità, ma dietro le quinte già si discute di come gestire il divorzio. Con un pacchetto del 30% il governatore pugliese potrebbe spingere la fetta del Prc che non si riconosce in Ferrero verso la nascita di un nuovo soggetto politico con Sinistra Democratica di Fabio Mussi e Cesare Salvi e con una parte dei Verdi, quella che si riconosce nell'ex sottosegretario all'Economia Paolo Cento. Una mini-coalizione pronta a dialogare con Veltroni e il Partito Democratico. Insomma, quello del 24-27 luglio nella splendida cornice delle colline senesi potrebbe essere il congresso che segna la fine di un'epoca per la sinistra estrema, la logica conseguenza, forse, della batosta elettorale di aprile.

venerdì 16 maggio 2008

Subito l'opposizione a Berlusconi. La costituente? Spacca la sinistra

«Capire il perché di una così pesante sconfitta elettorale e politica per me è il primo punto». Paolo Ferrero, già ministro della solidarietà sociale nel governo Prodi, la mette così anche per ribadire che non si candida alla segreteria del Prc.

Perché partire dalla sconfitta?
Perché se non teniamo ben presente i motivi per cui abbiamo perso rischiamo di rifare gli stessi errori anche adesso. Due elementi mi paiono da sottolineare. Innanzitutto abbiamo pagato pesantemente il fatto che il governo Prodi ha deluso le aspettative di chi ci aveva votato nel 2006. Questo vuol dire che nel Congresso di Venezia abbiamo sbagliato l'analisi dei rapporti di forza; abbiamo pensato che la sinistra moderata fosse permeabile alle nostre istanze e invece lo era a quelle dei poteri forti. E abbiamo pensato, sbagliando, che la costruzione del programma elettorale fosse una garanzia: del programma ne hanno fatto carta straccia. Insomma, siamo stati velleitari. La seconda ragione è che la Sinistra arcobaleno è stata una operazione politica di vertice, non in grado di esprimere una sua utilità sociale: non se ne è capita l'utilità, il ruolo storico, nel senso gramsciano del termine. Così, "salvare" la sinistra unendone tutto il suo ceto politico, è parso un problema privato nostro, che non riguardava le persone in carne ed ossa. Eccesso di fiducia nella sinistra moderata e politicismo nella costruzione della sinistra. Ecco due errori da tener ben presente per evitare di ripeterli, cosa che mi pare caratterizzi invece il dibattito attuale.

Quando dici «abbiamo», vuoi dire che ti reputi anche tu responsabile della sconfitta?
Certo. La responsabilità della sconfitta è di tutto il gruppo dirigente che ha scelto la linea del Congresso di Venezia. E io sono tra i maggiori responsabili. L'accusa secondo cui avrei scaricato su altri la responsabilità della sconfitta è una bugia, una pura e semplice falsità. In tutti gli interventi ho sempre chiarito che non esistevano capri espiatori e che la responsabilità era di tutto il gruppo dirigente. Questa menzogna è stata fatta circolare ad arte per nascondere i veri motivi della rottura nel gruppo dirigente. Del resto di menzogne sul mio conto ne sono state messe in circolazione così tante in questo mese che ho dovuto rassicurare mio figlio sul fatto che non l'avrei mai mangiato.

Però, allora, non è che sia chiarissimo su cosa si è prodotta la rottura nel gruppo dirigente.
Si è prodotta perché durante la campagna elettorale una parte del gruppo dirigente, a partire da Fausto, ha proposto e attivamente lavorato al superamento del partito, proponendo la costruzione di un nuovo soggetto politico in cui il comunismo diventasse una corrente culturale. Ancora dopo il disastro elettorale questi compagni hanno insistito nel proporre di accelerare il percorso della Costituente della sinistra «con chi ci sta» (cioè noi e Sd). Mi sono quindi trovato davanti ad una inaccettabile forzatura, di scioglimento del partito dall'alto, a cui mi sono opposto in modo netto. Su questo si è rotto il gruppo dirigente. Ho poi trovato incredibile che alcuni di quegli stessi dirigenti che hanno proposto il superamento di Rifondazione oggi neghino quella prospettiva. Non sulla sconfitta ma sulle prospettive politiche si è diviso il gruppo dirigente.

Va bene, tu non vuoi sciogliere il partito. Ma cosa proponi?
Il nostro primo problema è quello di costruire l'opposizione al governo. Berlusconi sta procedendo molto rapidamente, soprattutto su tre fronti: il ridisegno delle relazioni sociali (detassazione degli straordinari; smobilitazione del contratto nazionale di lavoro), cercando di cancellare quel che resta del movimento operaio, facendo con la non belligeranza del Pd ciò che non gli è riuscito nel 2002 soprattutto grazie all'opposizione della Cgil; il rilancio delle grandi opere, dalla Tav al Ponte sullo stretto agli inceneritori; l'uso delle politiche securitarie a fini propagandistici. Se la sinistra non si dà un proprio ruolo politico nella costruzione dell'opposizione, muore sul serio.

E come si fa?
Innanzitutto ripartendo dalle forze che hanno manifestato il 20 ottobre, ma coinvolgendo anche chi non c'era, dai Verdi e Sinistra democratica a tutto l'arcipelago delle forze sociali e dei comitati.

Dimentichi il Pd…
Non lo dimentico affatto, né mi sogno di fare un'opposizione fatta di vuoto estremismo, come paventa Nichi Vendola. Solo che dobbiamo partire dalla realtà e non dai desideri. I discorsi di Fassino e Veltroni durante il dibattito sulla fiducia a Berlusconi sono consociativi. E non possiamo ignorare che la maggioranza della Cgil sta scegliendo modifiche contrattuali che indeboliscono il contratto nazionale. In questo quadro, l'unica strada per restituire un ruolo politico alla sinistra e contemporaneamente per aprire contraddizioni dentro il Pd, è di costruire un movimento forte, una opposizione sociale ampia e articolata sui territori. Non è che basta dire al Pd "fai opposizione" perché succeda qualcosa: dovremmo avere imparato, stando dentro la maggioranza di Prodi, che il Pd non è permeabile alle nostre istanze. E poi: il Pd ha lavorato per la scomparsa della sinistra e adesso dovrebbe costruire un'opposizione con noi? Se, come io credo, le due sinistre esistono e noi siamo alternativi strategicamente al Pd, proprio per non essere minoritari dobbiamo costruire la nostra forza e la nostra ragione storica di esistenza a partire dal radicamento e dal conflitto sociale.
Cosa diversa è costruire relazioni con quella parte del Pd che, per esempio sul terreno della riforma della legge elettorale per le europee, è indisponibile a cancellare la sinistra innalzando la soglia di sbarramento. Ma non si può confondere questo con la necessità della costruzione dell'opposizione sociale.

Intendi dire: unire la sinistra a partire dalle pratiche sociali?
Sì, la nostra sconfitta è stata sull'utilità sociale e da lì dobbiamo ripartire. Proprio per questo sono contrario alla Costituente della sinistra, così come a quella comunista; queste proposte invece di unire spaccano la sinistra su appartenenze ideologiche. Ottenendo l'effetto, l'una di finire in un eccesso di subalternità al Pd, l'altra di ridursi ad un mero ruolo testimoniale. Le costituenti politiche, di fatto, impediscono la nascita di un movimento unitario, che è, invece, la cosa di cui abbiamo più bisogno oggi: alimenteremmo la concorrenza invece dell'unità. Quello che voglio dire è che non possiamo mettere avanti i processi di aggregazione politica rispetto ai percorsi di ricostruzione sociale. Il punto è la forza della sinistra alternativa, la sua capacità di realizzare un insediamento sociale, la sua capacità di lotta: da qui può partire un progetto politico, non viceversa. Io penso ad una rete di relazioni stabili tra soggetti organizzati e singoli, ad un processo con le gambe per terra, perché o si parte dal sociale o non si va da nessuna parte.

E il comunismo?
Dopo la tragedia del 900, oggi si rischia la farsa. Tra chi lo vuole imbalsamare nei baffoni di Stalin e chi lo riduce ad una "domanda", rischiamo il rovesciamento del comunismo in idealismi religiosi di varia natura e di dubbia utilità o nel chiamare comunismo il buon senso di non procedere per dogmi ma interrogandosi su ciò che accade intorno.

E invece?
Invece, per me comunismo è proprio il marxiano movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Cioè la capacità di costruire lotte e percorsi sociali, in cui la difesa degli interessi materiali delle classi subalterne coincide il più possibile con la rottura dei rapporti di potere - e qui c'è tutto il tema della rivoluzione: o il conflitto si pone il problema della rottura dei rapporti di potere, o è destinato ad essere subalterno - e con la maturazione della coscienza di sé. Insomma, il comunismo è il contrario dell'idea religiosa; chiamiamo comunismo il percorso di autocostruzione del soggetto della trasformazione; è la capacità di capire dove si è e cosa bisogna fare per cambiare; è l'intreccio tra l'analisi, la costruzione del confitto e la riflessione sullo stesso. Tanto più necessario oggi in quanto siamo alle prese con una crisi profonda della globalizzazione, alla quale il liberismo temperato non è in grado di dare risposte, mentre la destra presenta il suo volto "rivoluzionario", costruendo l'immaginario collettivo su un "nemico" (l'Ue, la Cina, l'immigrato, lo zingaro). A questa destra populista o contrapponiamo una radicalità altrettanto forte, comunista, oppure vince la guerra tra poveri.

Se capisco bene, pensi ad una rifondazione e comunista.
Sì. Per costruire una sinistra efficace fuori dal recinto socialdemocratico è necessario che sia ben vivo il progetto politico del Prc: che è, appunto, quello di tenere insieme la rifondazione, l'innovazione e il comunismo. La proposta della Costituente della sinistra e la sua gemella, cioè la Costituente comunista, distruggono il progetto di rifondazione proprio perché separano i due termini: l'innovazione senza comunismo da un lato e il comunismo senza rifondazione dall'altro. Sarebbe un tragico errore.

In ogni caso sarà il congresso a decidere…
Continuo a pensare che fosse meglio discutere per tesi anziché documenti contrapposti: quest'ultima modalità contribuisce a destabilizzare il partito e molti compagni e compagne nei circoli sono giustamente arrabbiati perché non vogliono partecipare ad una conta. Tanto più se si avanza la proposta di un segretario, perché si dà avvio ad un processo plebiscitario che è il contrario di cosa ci serve. La nostra sconfitta è politica, non un problema di leadership: c'era Bertinotti sia quando si prendeva l'8% sia quando si è preso il 3%; in Puglia Nichi ha vinto, ma la Sinistra arcobaleno ha preso il 2,9%; e la Lega Nord vince.

Ma tu, ti candidi o no?
No, non voglio che il congresso si trasformi in una sorta di primarie. Sarebbe di nuovo rovesciare i problemi. Basta vedere il caso di Veltroni: dopo le primarie del Pd sembrava irresistibile, ma non ha spostato una virgola. L'unica chance che abbiamo è ripartire dal progetto politico: da lì dovranno uscire i nostri gruppi dirigenti e non il contrario. Il Prc deve restare, per l'oggi e per il domani; è necessario ma non sufficiente, per questo deve essere il motore dell'aggregazione della sinistra dal basso, costruendo l'opposizione per rimettere a tema l'alternativa. Anche per questo lancio un appello al tesseramento a Rifondazione.

giovedì 15 maggio 2008

Un appello di delegati e lavoratori a sostegno della mozione di Falcemartello

"Una svolta operaia per una nuova Rifondazione comunista"

Dopo il terremoto elettorale del 13-14 aprile la sinistra in parlamento non esiste più. Questa situazione ha incoraggiato Montezemolo e la nuova presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia a lanciare un’offensiva senza precedenti contro il lavoro dipendente. I padroni, forti del risultato elettorale, dell’accondiscendenza del Partito democratico e della subalternità dei sindacati, Cgil in primis, si sono fatti ancora più arroganti e preparano una vera e propria vendetta di classe.
Le ragioni della sconfitta della sinistra sono da ricercarsi nella politica del governo Prodi degli ultimi due anni. Il governo, si è reso responsabile tra le altre cose dello scippo del Tfr, della contro-riforma del welfare, di due finanziarie che hanno colpito i più deboli e favorito i settori privilegiati (basti pensare al taglio del cuneo fiscale). La condizione operaia e la precarietà si è inasprita ancor più, per giunta con la Cgil che riconoscendo in Prodi il “governo amico” non ha organizzato alcuna mobilitazione per contrastare questa situazione. La curva dei morti sul lavoro ha avuto un’impennata senza precedenti con gravissimi incidenti come quello della Thyssen-Krupp di Torino che ancora oggi grida vendetta al cielo.
È su questo malessere sociale che si può spiegare la vittoria del Pdl e il successo della Lega nel Nord Italia. Di fronte a una classe lavoratrice che è stata lasciata sola è naturale che in tanti si siano rifugiati nell’astensione o nel voto di protesta.
Berlusconi, Fini e Bossi non impiegheranno molto per dimostrare che la loro opzione è anche peggiore di quella di Veltroni e Prodi. Proprio per questo bisogna preparare per il futuro un’alternativa realmente di sinistra che parta dagli interessi fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori. Non ci serve l’ennesimo partito governista ma un partito di lotta e di opposizione che si costruisca a partire dal conflitto sociale.
Nonostante la Sinistra Arcobaleno sia stato un fiasco c’è chi persevera nel proporre la liquidazione di Rifondazione comunista. Come qualunque lavoratore sa, la maggior parte dei delegati più combattivi e tenaci nel difendere i diritti sui posti di lavoro sono comunisti. Questo non succede a caso ma si lega a una grande tradizione politica che un gruppo dirigente irresponsabile vuole cancellare.
Ci sarà nelle prossime settimane un importante congresso di Rifondazione Comunista, per il futuro della sinistra italiana e per le sorti del movimento operaio, nel quale si confronteranno 5 posizioni che brevemente riassumiamo:
- Giordano e Vendola che vogliono continuare sulla strada fin qui intrapresa che conduce alla dissoluzione del partito.
- Ferrero (alleato con Grassi) che propone la stessa linea seppure in tempi diversi e cioè la confederazione della sinistra arcobaleno. Per altro non è privo di responsabilità sulle scelte passate visto che era a capo della delegazione di governo del Prc.
- Russo con una mozione “ponte” tra le prime due senza un chiaro e definito profilo politico.
- I compagni dell’Ernesto che intendono formare un nuovo partito assieme al Pdci, il quale pur avendo tra le sue file molti bravi compagni è una forza guidata da dirigenti che più governisti non si può. Proprio sulla questione del governo Diliberto si era scisso da Rifondazione nel ’98.
- In ultimo chi propone una svolta operaia per Rifondazione. Sono quei compagni che da anni si battono contro la dissoluzione del partito e che non a caso all’ultimo congresso avevano presentato la mozione “Rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia”; l’unica opzione che proponeva una chiara linea di indisponibilità ad accordi con il centrosinistra con “paletti” o senza “paletti”. E che obiettivamente aveva previsto il disastro che si è verificato una volta entrati al governo.
Come delegati e attivisti comunisti, invitiamo tutti i lavoratori ad iscriversi a Rifondazione Comunista per partecipare a questa discussione. Siamo consapevoli che la migliore attività sindacale ha forti limiti se non è sostenuta dall’esistenza di un partito che raccolga al proprio interno i lavoratori più coscienti e sia in grado di organizzarli dando loro una rappresentanza sul piano politico e sociale.
Nelle fabbriche e nelle aziende c’è una gran rabbia che presto o tardi esploderà. Importanti contraddizioni tra base e vertice sindacale si apriranno. Tutto ciò rappresenterà un’occasione importante di riscatto per i lavoratori e per il nostro partito se sapremo dare fin da oggi una svolta alla politica del Prc.
Sosterremo il documento “Una svolta operaia, per una nuova rifondazione comunista” non solo perché quest’area aveva avvertito sui pericoli del governismo, ma anche perché non si è limitata a dirlo nelle riunioni di partito, ma ha difeso le proprie idee nel movimento, nel conflitto sociale, con l’intervento dei propri militanti dentro e fuori le fabbriche nelle grandi vertenze che hanno riguardato i lavoratori su Tfr, pensioni, contratti e ristrutturazioni in ogni angolo del paese.
Ovunque c’era uno sciopero, una manifestazione, un picchetto c’era sempre un compagno che con una mano dava un volantino di sostegno alla lotta e con l’altra offriva Falcemartello.
Questo congresso ci riguarda da vicino perchè tratta del nostro futuro. Unisciti alla “mozione operaia” perchè Rifondazione Comunista diventi quel partito dei lavoratori di cui abbiamo più bisogno che mai.

Info: 3392107942 – 3405041453
adesioni: mozioneoperaia@marxismo.net

mercoledì 14 maggio 2008

Noi al governo, il disastro comincia da lì

Claudio Bellotti ha 38 anni. Il che lo fa il più giovane leader di "area" dentro il Prc. D'altra parte ha cominciato presto: a 15 anni si è iscritto alla Fgci, «ma mi hanno cacciato subito, perché leggevo i libri sbagliati e frequentavo le persone sbagliate». Però, uno così non è che si arrende. E infatti lui e il suo gruppo, legato alla rivista trotzkista "Falce e martello", hanno continuato la battaglia politica approdando a Rifondazione, «non senza resistenze iniziali ad ammetterci». Ma la sfida era troppo accattivante: «Era la fase, '92-'93, in cui il Prc ha avuto lo slancio maggiore - ricorda quasi con nostalgia - quello del massimo afflusso. Non c'era solo il "vecchio Pci", c'erano anche tanti giovani, tanti delegati del sindacalismo di base. E' stata la stagione più feconda, vivace e battagliera, quella che ha insegnato tanto anche a noi». Da allora di cose ne sono successe, ma Bellotti ha continuato a portare avanti le sue idee nel partito, sempre da «posizioni di sinistra, di minoranza». «Sono entrato nel Comitato politico nel '96 ed ero già contro la nostra partecipazione alla maggioranza che sosteneva il governo Prodi».
Allora è vero: ti piace proprio stare all'opposizione... (risatina) Però, hai scelto di rimanere nel Prc.
Scherzi a parte, le scissioni sono un aspetto della crisi che stiamo vivendo. Io considero sempre un errore sottrarsi alla discussione, perché poi arriva il momento, come adesso, in cui c'è da prendere delle decisioni. Da Venezia siamo usciti sapendo che la linea politica della maggioranza avrebbe incontrato difficoltà e scontato contraddizioni. Abbiamo detto no all'espulsione di Franco Turigliatto (il senatore "dissidente", ndr), ma anche ad ogni Aventino. Non è questione di quanti voti hai o non hai; è questione di esserci e poter interloquire con tutti. Ora tutte le posizioni possono avere pari dignità politica.
Cause della sconfitta?
Intanto bisogna capire quando è cominciata. Secondo me, con l'entrata nel governo Prodi. Si sono prodotte due fratture. La prima con i movimenti: e la piazza del 9 giugno contro Bush ne è la manifestazione plastica. La seconda, ben più pesante, con la nostra base sociale di riferimento sul welfare. Si è pensato di poter cambiare in parlamento un accordo che era immodificabile; non si è fatta la battaglia fino in fondo, anche uscendo dal governo. In mezzo, la via crucis di Vicenza, dei Dico, del G8. Una vera e propria grandinata, al punto che i nostri elettori si sono chiesti: a che serve votarli?
E quali rimedi? «Costituente della sinistra», come propone Vendola, o «ricostruzione del Prc e federazione con le altre forze» come sostiene Ferrero?
Prima delle formule dovremmo discutere di contenuti e pratiche. Il guaio di questo partito è proprio che da tempo non discute del proprio programma, guardando a ciò che accade nella società, nel mondo. Quanto alle formule, la costituente della sinistra equivale alla divisione della sinistra; la si sconta in partenza quando si dice "chi ci sta ci sta". Ed è disastroso inseguire altre forze che si stanno sempre più avvicinando al Pd. Il rischio della proposta federativa, invece, è di riprodurre il fallimento che abbiamo già visto e di arrivare ad un superamento del Prc a rate. Inoltre sottrae decisionalità al partito: chi decide cosa? Il problema dell'unità della sinistra c'è, ma deve essere sul piano dell'azione per battaglie comuni, guardando anche alla nostra sinistra e non solo alla nostra destra. E sempre nella chiarezza della proposta politica. La nostra è la mozione "della svolta operaia".
Non vi mette in crisi il fatto che non è più attraverso il lavoro che si formano le identità politiche e sociali?
So anch'io che non ci sono automatismi, ma so anche che se sei schiavo nei luoghi di lavoro lo sei anche fuori. Noi dobbiamo ricostruire un insediamento nei luoghi di lavoro, vecchi e nuovi, nei conflitti che lì si producono, checché ne dica Veltroni. Ovviamente dobbiamo saperli interpretare e praticare, non solo parlarne. Se si parte da lì si hanno le basi per affrontare gli altri veleni (come il razzismo).
Il congresso si giocherà sul filo dei numeri. Avete preso in considerazione l'ipotesi di alleanze?
Noi, intanto, discutiamo nel Cpn e non nei corridoi, come fa qualcuno, e siamo contrari a logiche "parlamentariste" tipo appoggi esterni e via così. Ciò premesso, nel congresso nazionale è vitale che non si affermi la prospettiva liquidatoria del partito. Su questa base, e nella chiarezza, si potrà fare una selezione dei gruppi dirigenti, dai circoli fino al vertice. Selezione sulle effettive capacità di ricostruzione del partito, di ascolto, di farsi carico della difficoltà dell'impresa; persone disposte ad un lavoro sacrificato e volontario. Sarebbe un cambiamento radicale. E a Nichi Vendola vorrei dire una cosa.
Prego.
Vedo una spiegazione unilaterale della sconfitta, tutta proiettata sul versante del mutamento sociale. Mi viene in mente la famosa frase di Brecht: "Se il governo ha perso la fiducia del popolo, è ora di cambiare popolo". E' un falso oggettivismo e un'autoassoluzione: il problema non è che la società è cambiata; il problema sono le risposte che abbiamo dato, le scelte che abbiamo compiuto. In questi anni nel Prc si è fatto tanto dibattito teorico, peccato che scindere le idee dalle battaglie sia un'enormità politica. Si è visto com'è andata. Il comunismo come "atteggiamento culturale? Se qualcuno mi indica un metodo più efficace io sono pronto. Ma finora non ne ho visto nemmeno uno. Perciò io Marx me lo tengo stretto. E anche Gramsci, Lenin e Rosa Luxemburg.

martedì 13 maggio 2008

Appello a tutta la sinistra per costruire l’opposizione sociale nel Paese, viste le pulsioni consociative che si esprimono in Parlamento

Che Berlusconi dopo aver vinto le elezioni provi a realizzare il suo programma senza conflitti mi pare normale. E´ l´obiettivo di ogni governo. Il problema è la reazione del PD che invece di contrastare i contenuti di questo progetto pare intenzionato al dialogo emendativo. Si ha addirittura l´impressione che il PD cerchi di trarre la propria legittimazione proprio dal riconoscimento che gli viene da Berlusconi. In questo contesto è assolutamente necessario che tutta la sinistra, politica e sociale, si riunisca per costruire una piattaforma di mobilitazione contro i propositi berlusconiani. Che in una situazione in cui un terzo delle famiglie italiane non arrivano a fine mese, l´unica misura ipotizzata sui salari consista nella detassazione degli straordinari e delle liberalità in un quadro di riduzione del peso dei contratti nazionali di lavoro è un fatto vergognoso e destinato a ridurre ulteriormente il potere d´acquisto medio dei salari. Il governo Berlusconi sceglie di foraggiare i grandi interessi anche quando ripropone un piano di grandi opere osteggiate dalle comunità locali in un contesto in cui mancano i soldi per la sanità e gli anziani e non ci sono case popolari per chi ne ha bisogno. Per questo rivolgo un appello a tutta la sinistra per costruire nel paese quella opposizione che il PD pare non voler costruire in Parlamento. Il 2 giugno, già proposto dalla redazione della rivista Carta, potrebbe essere una data buona per una prima assemblea di massa

La Sinistra Arcobaleno non c’è più, inutile tentare di resuscitarla.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che la Sinistra Arcobaleno è finita. Il Pdci se né andato, i verdi si presentano al Congresso con tre mozioni, Sinistra democratica è agonizzante e Rifondazione comunista è divisa. Nel migliore dei casi, quel che resta del vecchio progetto sono pezzi che tentano di riunificarsi per dare vita ad un partito bonsai. E’ questa la proposta di Vendola-Bertinotti: un soggetto senza futuro che si candida in prospettiva al confluire nel PD.
L’unica alternativa è rimettere in piedi un partito comunista consistente, cardine della ricostruzione di una unità della sinistra, non ambigua, animata da un autentico pluralismo e legata ad un impegno concreto sulle grandi questioni sociali. Le mezze misure, i patti federativi, le mille proposte che continuano ad illudersi sulla possibilità di costruire un soggetto unitario e plurale, sono destinate ad essere superate dagli eventi.

Gianluigi Pegolo Comitato di Gestione Prc Area de L’Ernesto