1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO

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venerdì 6 giugno 2008

Tribuna congressuale - Un “ritorno alle origini” per il Prc?

Scritto da Roberto Sarti (Cpf Milano) - Liberazione, 5 giugno 2008

Il dibattito congressuale ruota attorno ad un leit motiv, bisogna salvare Rifondazione comunista. Ma come? A questa domanda, vista come decisiva, e giustamente da tanti militanti, si offrono le risposte più svariate. C’è chi, fra gli altri, propone che la salvezza debba passare, in maniera un po’ bizzarra, attraverso la sua liquidazione, e chi suggerisce un “ritorno alle origini” cioè alla rifondazione del 1991. Ritorno alle origini? Se parliamo dell’entusiasmo con cui decine di migliaia di lavoratori e giovani hanno cercato di costruire Rifondazione Comunista in quei primi anni, non potremmo che sottoscrivere questo proposito. Ma quando si parla della “piattaforma politica” e della “prospettiva strategica” che caratterizzava il Prc dei primi anni novanta, pensiamo che si commetta un grosso errore richiamandosi a tale modello. Il disastro di questi ultimi due anni di governo è infatti legato alla linea politica portata avanti fin dalla nascita del nostro partito. Il gruppo dirigente di oggi non ha mai operato una vera revisione critica della prospettiva strategica di allora, in primo luogo la questione del rapporto dei comunisti con i governi della borghesia. Nei primi anni della sua esistenza il Prc si oppose alle politiche di lacrime e sangue portate avanti da Ciampi ed Amato, disse no alla cancellazione della scala mobile ed alla controriforma delle pensioni attuata dal Governo Dini. Su questa base, riuscì ad attirare numerosi militanti e a raggiungere il suo massimo storico, nelle elezioni politiche del 1996, con oltre tre milioni di voti e l’8,6%. Era quello, soprattutto tra il 1994 e il 1996, il “periodo d’oro” del nostro partito, in termini di consenso e visibilità nella società. Ma questi successi furono di breve durata: ogni volta infatti che la classe dominante, attraverso la sua componente “democratica e progressista” esercitava le proprie pressioni sul Prc, una parte o l’intero gruppo dirigente fu pronto a piegarsi. Il 1995 è il momento della prima crisi, quando un gruppo di quindici deputati e senatori decise di votare la fiducia al governo Dini, sostenuto da una maggioranza trasversale formata anche da Lega, Ppi e Pds. Questo gruppo, guidato dal primo segretario del Prc, Garavini, formerà il Movimento dei comunisti unitari, che entrerà poi nei Ds. Decisamente più grave l’esperienza dell’appoggio esterno al primo governo Prodi, durata ben due anni, dal 1996 al 1998. Allora si giustificava l’alleanza elettorale col centrosinistra con argomenti molto simili a quelli che abbiamo sentito in questi ultimi due anni. Bisogna “fermare le destre”, “non volete mica che torni Berlusconi?”,”bisogna difendere la democrazia”.e così via. Per due anni fummo totalmente sottomessi alle politiche filopadronali di quell’esecutivo (finanziarie pesantissime per entrare nell’euro, privatizzazioni, pacchetto Treu, ecc.), fino alla rottura con Prodi avvenuta nell’ottobre del 1998. Rottura che mise a rischio l’esistenza del Prc, a causa della scissione capitanata questa volta da Cossutta e Diliberto, che diede vita al Partito dei Comunisti Italiani. L’illusione era di poter “condizionare” il governo di Romano Prodi, attraverso un “compromesso sociale dinamico” fra le classi, come ci spiegavano Bertinotti e Cossutta. L’errore stava proprio nel credere che attraverso un’alleanza con la borghesia “progressista” ed i suoi partiti si potesse avviare una stagione di riforme. Non si capiva che una politica riformista non è possibile, in questa fase storica, se non rompendo con la logica delle compatibilità capitaliste. Non a caso dagli anni ottanta in poi ogni governo, fosse di destra, di centro o di sinistra in Europa, ha adottato le stesse politiche di tagli e privatizzazioni. Per salvare il nostro partito bisogna rompere con ogni ipotesi di collaborazione a livello nazionale e locale, con quei partiti legati a doppio filo agli interessi padronali, nel caso concreto il Partito Democratico. Questa riflessione tuttavia è quanto mai lontana dalle posizioni di una forza come il Pdci, che ha fatto del “governo sempre e comunque” uno dei tratti fondamentali della propria ragion d’essere. Allo stesso modo nessuna delle mozioni congressuali, a parte la nostra, trae le conclusioni necessarie dall’esperienza di questi 17 anni di vita di Rifondazione. L’indipendenza di classe deve essere un tratto essenziale della politica dei comunisti. Solo partendo da una svolta profonda di strategia, da una “svolta operaia”, si potrà ricostruire Rifondazione comunista e avanzare una proposta di unità con tutti coloro che si richiamano al comunismo e alla lotta al capitalismo. Se vogliamo parlare di “ritorno alle origini” e di “unità comunista”, rivisitiamo il pensiero di Marx, Lenin e Gramsci, che dedicarono tutta la loro vita alla lotta contro il riformismo ed alla necessità di unire i lavoratori nella prospettiva della rottura rivoluzionaria verso una società non governata dal profitto.

giovedì 5 giugno 2008

Nichi Vendola rimane in mutande... Rifondazione Comunista verso la spaccatura

Da Affaritaliani.it

Il dado è tratto. Ormai non ci sono più dubbi. Il congresso di Rifondazione Comunista, in programma dal 24 al 27 luglio a Chianciano Terme (Siena), è segnato: Paolo Ferrero sconfiggerà in modo netto Nichi Vendola. Secondo quanto Affaritaliani.it ha appreso da fonti interne al Prc, le riunioni pre-assise dei comitati politici provinciali assegnano all'ex ministro della Solidarietà Sociale tra il 60 e il 70% delle preferenze, mentre il governatore della Puglia si ferma attorno al 30%. Le briciole alle altre mozioni. Vendola appare molto forte nel Mezzogiorno e in particolare nella sua Puglia, in Campania e in Calabria - regioni dove c'è il più alto numero di iscritti al partito - ma questo dato non è sufficiente per bilanciare lo strapotere di Ferrero nel Centro-Nord. Da Milano a Roma, passando per Toscana ed Emilia Romagna, l'ex ministro ha infatti sbaragliato la concorrenza interna. Il congresso comunque non elegge direttamente il nuovo segretario bensì il comitato politico nazionale, che, dopo una decina di giorni, nominerà ufficialmente i nuovi organismi del partito tra cui il leader. Ma, con queste percentuali, l'elezione di Ferrero alla guida di Rifondazione Comunista è praticamente scontata, anche perché la terza e la quarta mozione sono nettamente più vicine all'ex responsabile della Solidarietà Sociale che non al presidente della Puglia (mentre la quinta è equidistante). Non c'è storia, quindi, la battaglia è segnata. Tanto che nel Prc già ci si chiede come cambierà il partito con l'uscita di scena dei vari Giordano e Migliore. Un dato è certo: stop a tutte le costituenti, siano esse per il comunismo o per la sinistra. La linea sarà quella di un forte rilancio di Rifondazione sul territorio, mettendo la parola fine a qualsiasi ipotesi di alleanze o nuovi contenitori. L'Arcobaleno è stato bocciato sonoramente dagli elettori e indietro non si torna. Perciò alle Europee del prossimo anno, primo appuntamento elettorale di rilievo, il Prc si presenterà da solo e con la falce e il martello. Quanto ai rapporti con le altre formazioni della sinistra radicale, non si andrà oltre la federazione, ovvero un mero cartello elettorale con i Comunisti Italiani e i Verdi. Ipotesi comunque legata alla futura legge elettorale e pertanto non scontata. E il Partito Democratico? Se Vendola critica Veltroni ma strizza l'occhio a D'Alema, la linea di Ferrero è radicale: con il loft nessun rapporto, nessun dialogo. Competizione anche a livello locale, con il rischio per moltissime giunte di Centrosinistra sparse per l'Italia. Il modello teorico è quello della Linke tedesca di Oscar Lafontaine, che ha unito gli scontenti dei socialdemocratici e gli ex comunisti della Germania Orientale. Un partito quindi fortemente identitario, classista, e legato a quella parte della Cgil (Fiom in particolare) che non ha alcuna intenzione di dialogare con il governo. Una forza quindi proletaria. Attenzione, però, perché questa svolta radicale potrebbe essere molto dolorosa. All'interno di Rifondazione non escludono affatto l'ipotesi di una clamorosa scissione da parte di Vendola e dei suoi fedelissimi. Al momento tutti tendono ufficialmente a smentire questo scenario, con appelli all'unità, ma dietro le quinte già si discute di come gestire il divorzio. Con un pacchetto del 30% il governatore pugliese potrebbe spingere la fetta del Prc che non si riconosce in Ferrero verso la nascita di un nuovo soggetto politico con Sinistra Democratica di Fabio Mussi e Cesare Salvi e con una parte dei Verdi, quella che si riconosce nell'ex sottosegretario all'Economia Paolo Cento. Una mini-coalizione pronta a dialogare con Veltroni e il Partito Democratico. Insomma, quello del 24-27 luglio nella splendida cornice delle colline senesi potrebbe essere il congresso che segna la fine di un'epoca per la sinistra estrema, la logica conseguenza, forse, della batosta elettorale di aprile.

mercoledì 4 giugno 2008

Dopo le leggerezze amministrative e le scriteriate scelte politiche la Regione Basilicata dia risposte immediate ai lavoratori di Marinagri

Sabato 31 maggio, il Consiglio Comunale di Policoro si riunisce in seduta straordinaria, aperta ai parlamentari lucani, agli amministratori regionali, a quelli provinciali, alle organizzazioni imprenditoriali e ai sindacati confederali, per discutere “… dello stato di crisi determinato dal blocco cautelare dei cantieri della società Marinagri con i relativi effetti negativi sul sistema economico ed occupazionale di Policoro e della zona”. Iniziativa importante, non vi è dubbio: sabato 31 maggio la “casta” sarà in movimento, tutti a Policoro, tutti si stringeranno attorno alla società Marinagri, al suo patron Vitale e ai lavoratori che hanno perso il posto (e quindi il reddito) per colpa dei sigilli del solito De Magistris. Nessuno escluso, l’intero arco partitico, maggioranza ed “opposizione” insieme per difendere imprese e lavoratori dai giudici. La vicenda Marinagri, con il suo portato drammatico, può essere assunta a icona del funzionamento del sistema di potere in questa regione. A livello istituzionale, a quanto pare, si è intervenuti con atti, oggi messi in mora dalla magistratura, come la modifica del Piano Paesistico di Area Vasta del metapontino, che ha consentito una gigantesca operazione speculativa. Politica e imprenditoria, in una spirale perversa tutta a spese del territorio e oggi dei lavoratori dei cantieri di Marinagri, avviluppati dentro il dramma della perdita del posto di lavoro. La rabbia dei lavoratori è più che mai legittima, in un contesto economico-sociale in continuo e progressivo smantellamento. Oggi più che mai la rabbia di chi perde il posto di lavoro è giusta. Ciò che invece è tremendamente ingiusta è la strumentalizzazione che il ceto politico, diretto e principale responsabile della precarizzazione di vita di questi lavoratori (come di quelli, per esempio, della CIT Holding), sta operando senza ritegno per offuscare le proprie responsabilità. La cecità dorotea di questa classe dirigente –contraddistinta da forti elementi di trasversalità– sta portando la società lucana verso il baratro. Per questo oggi ai lavoratori dei cantieri dell’area portuale (sarebbe bello anche accennare a quell’altra area portuale, anch’essa con un “pezzo” sotto sequestro giudiziario, quella dell’aulica “Argonauti” alla foce del fiume Basento) le risposte deve darle la Regione Basilicata, responsabile insieme agli amministratori del Comune di Policoro, di aver consentito, stando alla puntuale ricostruzione della magistratura, uno scempio ambientale di proporzioni abnormi (come da tempo segnalato dalle associazioni ambientaliste e dai comitati cittadini) che sottopone il territorio e i cittadini ad un ulteriore specifico rischio, quello del danno da esondazione che tutti scongiuriamo. Ovviamente la denuncia politica attiene ad un ampia discussione che deve poter essere inclusiva e partecipata dai cittadini che sul litorale lucano continuano ad accampare diritti. Da tempo Rifondazione Comunista denuncia che questo modello di sviluppo-turistico di massa è vorace di territorio e diritti. Nel merito della vicenda giudiziaria, esprimiamo una piena fiducia nell’operato della magistratura e la solidarietà al giudice De Magistris per i continui attacchi subiti nel corso degli ultimi tempi. A ciascuno le proprie responsabilità.

Vincenzo
Dambrosio

Capogruppo PRC-SE Provincia di Matera