1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO

1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO

mercoledì 4 febbraio 2009

Mai più col PD

Da tempo andiamo dicendo che non esistono margini per accordi di legislatura con il Pd e che continuando a perseguire questo tipo di alleanze a livello locale si mette a rischio l’esistenza di Rifondazione Comunista. Ma ogni qual volta ci accingiamo a sollevare la questione, si alza nella sala un solerte dirigente che con sguardo serio ed accigliato ci apre sotto gli occhi il bignami del buon riformista, e dopo l’immancabile litania contro il settarismo ci da bella lezione di pragmatismo: ”invece di ragionare per dogmi badate ai programmi, compagni…”. Come se solidi e corposi programmi non fossero mai esistiti in passato (quello dell’Unione era di 246 pagine!) tanto reclamizzati, quanto inefficaci ad evitare la capitolazione del partito agli interessi padronali. Ed è grazie a questo supposto realismo che il Prc ha perso credibilità ed è stato ridotto ai minimi termini subendo una rottura dietro l’altra. Nel ’97-’98 col primo governo Prodi le scissioni sono state due: una a sinistra (Bacciardi), l’altra a destra (Pdci), col Prodi-bis si è andati al raddoppio, tre a sinistra (Sinistra Critica, Pcl, Pdac) ed una, di questi giorni, della destra vendoliana. Se a queste sommiamo quella dei comunisti unitari del ’95, arriviamo a quota sette. Le scissioni di destra sono state certamente le più rilevanti e tutte fortemente sovrarappresentate nei gruppi dirigenti. Ci sono finiti tutti gli ex-segretari (Garavini, Bertinotti, Giordano) e presidenti del Cpn (Cossutta, Zuccherini) che questo partito ha avuto fin dalla sua nascita. Se da una parte ci auguriamo che Ferrero e Grassi godano di miglior fortuna dei loro predecessori, dall’altra ci poniamo il problema del rapporto che un partito comunista deve avere con il governo e le rappresentanza politiche della borghesia. Ce n’è a sufficienza perché da queste esperienze il partito tragga le logiche conclusioni e svolti verso una politica di indipendenza di classe. Ma nonostante gli sforzi della nostra area la maggioranza del gruppo dirigente del Prc continua sulla linea dei “paletti programmatici”. E dietro la logorrea più radicale del post-Chianciano, non c’è un seguito (se non in casi sporadici) con atti coerenti e scelte conseguenti.

Allearsi coi nostri carnefici?
Il Pd avvitato com’è nella sua crisi che l’ha condotto al di sotto del 25% dei consensi invece di rimettere in discussione la propria fallimentare strategia non ha pensato niente di meglio che di distruggere la sinistra per fagocitarne il consenso. Ed è così che con una bella legge porcellum, e uno sbarramento al 4% alle prossime elezione europee, punta a cancellarci. Non hanno esitato un secondo a trovare un accordo con il Pdl su questo terreno. Mentre scriviamo la legge è in Parlamento ed il partito è mobilitato per respingerla. Ma non sfugge a nessuno che se venisse approvata sarebbe un colpo molto duro. Uno scenario di tipo argentino potrebbe verificarsi, con l’esistenza di due grandi formazioni borghesi e una sinistra divisa e frantumata incapace di dare rappresentanza ai lavoratori e incidere sul conflitto sociale. Proprio per questo, pur non essendo affetti da cretinismo parlamentare, capiamo come queste elezioni, le prime dalla disfatta del 14 aprile, hanno un’importanza determinante per le sorti del partito. Veltroni sta perseguendo tenacemente l’obiettivo di diventare il becchino dei comunisti e della sinistra italiana. Tocca a noi impedirglielo. L’unico modo per scongiurare il suo piano è dimostrare ai lavoratori che c’è bisogno di Rifondazione Comunista e di un terzo polo della politica italiana, alternativo alla destra e al Pd. Ma per riacquistare la credibilità e l’indipendenza necessaria per affermare un tale obiettivo bisogna, non solo investire sul radicamento sociale e il conflitto di classe ma anche rompere con il Pd, un partito che a prescindere dalle sue origini è a tutti gli effetti una rappresentanza politica della borghesia italiana. Lo stesso discorso vale per l’Idv di Di Pietro. Su questo terreno Ferrero esita, quando nelle dichiarazioni afferma che la protesta sarà veemente ma non ci sarà alcuna rappresaglia sulle giunte in cui il Prc governa con il Pd e sulle future alleanze. Immaginiamoci la scena: prima i nostri militanti organizzano presidi di protesta sotto le sedi del Pd per contestare lo sbarramento alle Europee, qualche ora dopo salgono in quelle stesse sedi i loro dirigenti per contrattare le alleanze per le prossime amministrative. Radicali a parole, subalterni nei fatti. Un partito serio e militante può sopravvivere a uno sbarramento al 4%, un partito burocratico no. È tutta qui la sfida futura che ha di fronte Rifondazione. È oramai una questione vitale uscire dalle maggioranze di centro-sinistra e interrompere i tavoli di trattativa con il Pd, attrezzandosi a presentare liste indipendenti alle prossime amministrative. E non tanto per lo sbarramento, che pure è un attentato grave alla democrazia, ma perché ogni alleanza con il Pd snatura il senso della nostra battaglia politica.

D’Alema, un’alternativa?
C’è qualcuno, uscito recentemente da Rifondazione, che fulminato sulla via di Chianciano (per ben due volte) pontifica: il Pd non è un monolite, D’Alema sta conducendo una battaglia per abbassare la soglia dello sbarramento e per un nuovo soggetto politico della sinistra. Quanta grazia! In autunno, alla conferenza del Pd, potrebbe essere avanzata niente meno che la candidatura di Bersani in alternativa a quella di Veltroni. Le masse esultano plaudenti. Solo la disperazione può spingere i vendoliani ad eccitarsi per le frizioni interne al Pd, nella speranza che dalla corrente dalemiana possa nascere una nuova formazione socialdemocratica. A questo ritornello credono in molti anche in Rifondazione e lo utilizzano sovente per giustificare gli accordi con il Pd. Alla miopia politica si unisce la totale assenza di memoria. D’Alema il “socialdemocratico” è lo stesso che da presidente del consiglio nel ’99 ha svolto il ruolo di protettore del settore più spregiudicato del capitalismo italiano, i cosiddetti capitani coraggiosi. Questo il termine coniato dall’allora premier per definire quei nuovi soggetti arrivati sul mercato di recente. Tra questi, Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, a cui si sono aggiunti in seguito Ricucci e Fiorani. A toglierli dal cono d'ombra dell'anonimato non è stata soltanto la scalata ostile da 100mila miliardi di vecchie lire alla più grande azienda di Stato italiana ma anche il fatto che l’allora Primo ministro, aveva benedetto la scalata a Telecom, permettendogli guadagni strepitosi (si parla di almeno 15mila miliardi di lire). Attraverso questa operazione D’Alema sperava di costruire attorno a sé un blocco di potere politico-editoriale-finanziario, simile a quello di Silvio Berlusconi. È rimasto con un palmo di naso. Lo stesso risultato ha ottenuto con la vicenda Unipol-Bnl e la scalata al Corriere della Sera, e ancora una volta a prevalere è stata la linea di Montezemolo e del settore storico della borghesia italiana, per altro sostenuto dai rappresentanti della Margherita che oggi si collocano con la maggioranza di Veltroni nel Pd. A differenza di quello che pensano i vendoliani lo scontro nel Pd, non è tra borghesi e socialdemocratici, ma tra burocrazie che aspirano a rappresentare (senza peraltro riuscirci) settori distinti della borghesia, oltre che lottare per il proprio potere personale. Non fa riflettere nessuno il fatto che D’Alema non ha mai condotto una sola battaglia politica fino alle sue estreme conseguenze? E che ha già detronizzato Veltroni nel ’94 senza che questo impedisse la deriva a destra dei Ds? O che Bersani, è uno dei personaggi più apprezzati da Confindustria? Non viene a nessuno il sospetto che le correnti del Pd siano in realtà cordate di potere legate ai potentati economici locali e che il Pd del Nord di Penati, Chiamparino e Cacciari si stia trasformando in una versione soft del leghismo che costruisce le proprie rendite di posizione attraverso la privatizzazione delle utilities? Che non c’è una sola cooperativa “rossa” che non sia infilata negli appalti locali lì dove il Pd governa, ma anche dove è all’opposizione in pieno spirito bipartisan, gestendo commesse ed affari, in amore e in accordo con il Pdl? A nessuno fa pensare che alcune tra le più importanti banche italiane (Unicredit, Intesa, Monte dei Paschi) abbiano a riferimento il Pd? Quando la nostra pecorella smarrita smetterà di chiedere soccorso al lupo? Forse quel giorno si aprirà una speranza per la sinistra in questo paese.