1074 VOLTE GRAZIE MIGLIONICO

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mercoledì 4 febbraio 2009

Mai più col PD

Da tempo andiamo dicendo che non esistono margini per accordi di legislatura con il Pd e che continuando a perseguire questo tipo di alleanze a livello locale si mette a rischio l’esistenza di Rifondazione Comunista. Ma ogni qual volta ci accingiamo a sollevare la questione, si alza nella sala un solerte dirigente che con sguardo serio ed accigliato ci apre sotto gli occhi il bignami del buon riformista, e dopo l’immancabile litania contro il settarismo ci da bella lezione di pragmatismo: ”invece di ragionare per dogmi badate ai programmi, compagni…”. Come se solidi e corposi programmi non fossero mai esistiti in passato (quello dell’Unione era di 246 pagine!) tanto reclamizzati, quanto inefficaci ad evitare la capitolazione del partito agli interessi padronali. Ed è grazie a questo supposto realismo che il Prc ha perso credibilità ed è stato ridotto ai minimi termini subendo una rottura dietro l’altra. Nel ’97-’98 col primo governo Prodi le scissioni sono state due: una a sinistra (Bacciardi), l’altra a destra (Pdci), col Prodi-bis si è andati al raddoppio, tre a sinistra (Sinistra Critica, Pcl, Pdac) ed una, di questi giorni, della destra vendoliana. Se a queste sommiamo quella dei comunisti unitari del ’95, arriviamo a quota sette. Le scissioni di destra sono state certamente le più rilevanti e tutte fortemente sovrarappresentate nei gruppi dirigenti. Ci sono finiti tutti gli ex-segretari (Garavini, Bertinotti, Giordano) e presidenti del Cpn (Cossutta, Zuccherini) che questo partito ha avuto fin dalla sua nascita. Se da una parte ci auguriamo che Ferrero e Grassi godano di miglior fortuna dei loro predecessori, dall’altra ci poniamo il problema del rapporto che un partito comunista deve avere con il governo e le rappresentanza politiche della borghesia. Ce n’è a sufficienza perché da queste esperienze il partito tragga le logiche conclusioni e svolti verso una politica di indipendenza di classe. Ma nonostante gli sforzi della nostra area la maggioranza del gruppo dirigente del Prc continua sulla linea dei “paletti programmatici”. E dietro la logorrea più radicale del post-Chianciano, non c’è un seguito (se non in casi sporadici) con atti coerenti e scelte conseguenti.

Allearsi coi nostri carnefici?
Il Pd avvitato com’è nella sua crisi che l’ha condotto al di sotto del 25% dei consensi invece di rimettere in discussione la propria fallimentare strategia non ha pensato niente di meglio che di distruggere la sinistra per fagocitarne il consenso. Ed è così che con una bella legge porcellum, e uno sbarramento al 4% alle prossime elezione europee, punta a cancellarci. Non hanno esitato un secondo a trovare un accordo con il Pdl su questo terreno. Mentre scriviamo la legge è in Parlamento ed il partito è mobilitato per respingerla. Ma non sfugge a nessuno che se venisse approvata sarebbe un colpo molto duro. Uno scenario di tipo argentino potrebbe verificarsi, con l’esistenza di due grandi formazioni borghesi e una sinistra divisa e frantumata incapace di dare rappresentanza ai lavoratori e incidere sul conflitto sociale. Proprio per questo, pur non essendo affetti da cretinismo parlamentare, capiamo come queste elezioni, le prime dalla disfatta del 14 aprile, hanno un’importanza determinante per le sorti del partito. Veltroni sta perseguendo tenacemente l’obiettivo di diventare il becchino dei comunisti e della sinistra italiana. Tocca a noi impedirglielo. L’unico modo per scongiurare il suo piano è dimostrare ai lavoratori che c’è bisogno di Rifondazione Comunista e di un terzo polo della politica italiana, alternativo alla destra e al Pd. Ma per riacquistare la credibilità e l’indipendenza necessaria per affermare un tale obiettivo bisogna, non solo investire sul radicamento sociale e il conflitto di classe ma anche rompere con il Pd, un partito che a prescindere dalle sue origini è a tutti gli effetti una rappresentanza politica della borghesia italiana. Lo stesso discorso vale per l’Idv di Di Pietro. Su questo terreno Ferrero esita, quando nelle dichiarazioni afferma che la protesta sarà veemente ma non ci sarà alcuna rappresaglia sulle giunte in cui il Prc governa con il Pd e sulle future alleanze. Immaginiamoci la scena: prima i nostri militanti organizzano presidi di protesta sotto le sedi del Pd per contestare lo sbarramento alle Europee, qualche ora dopo salgono in quelle stesse sedi i loro dirigenti per contrattare le alleanze per le prossime amministrative. Radicali a parole, subalterni nei fatti. Un partito serio e militante può sopravvivere a uno sbarramento al 4%, un partito burocratico no. È tutta qui la sfida futura che ha di fronte Rifondazione. È oramai una questione vitale uscire dalle maggioranze di centro-sinistra e interrompere i tavoli di trattativa con il Pd, attrezzandosi a presentare liste indipendenti alle prossime amministrative. E non tanto per lo sbarramento, che pure è un attentato grave alla democrazia, ma perché ogni alleanza con il Pd snatura il senso della nostra battaglia politica.

D’Alema, un’alternativa?
C’è qualcuno, uscito recentemente da Rifondazione, che fulminato sulla via di Chianciano (per ben due volte) pontifica: il Pd non è un monolite, D’Alema sta conducendo una battaglia per abbassare la soglia dello sbarramento e per un nuovo soggetto politico della sinistra. Quanta grazia! In autunno, alla conferenza del Pd, potrebbe essere avanzata niente meno che la candidatura di Bersani in alternativa a quella di Veltroni. Le masse esultano plaudenti. Solo la disperazione può spingere i vendoliani ad eccitarsi per le frizioni interne al Pd, nella speranza che dalla corrente dalemiana possa nascere una nuova formazione socialdemocratica. A questo ritornello credono in molti anche in Rifondazione e lo utilizzano sovente per giustificare gli accordi con il Pd. Alla miopia politica si unisce la totale assenza di memoria. D’Alema il “socialdemocratico” è lo stesso che da presidente del consiglio nel ’99 ha svolto il ruolo di protettore del settore più spregiudicato del capitalismo italiano, i cosiddetti capitani coraggiosi. Questo il termine coniato dall’allora premier per definire quei nuovi soggetti arrivati sul mercato di recente. Tra questi, Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, a cui si sono aggiunti in seguito Ricucci e Fiorani. A toglierli dal cono d'ombra dell'anonimato non è stata soltanto la scalata ostile da 100mila miliardi di vecchie lire alla più grande azienda di Stato italiana ma anche il fatto che l’allora Primo ministro, aveva benedetto la scalata a Telecom, permettendogli guadagni strepitosi (si parla di almeno 15mila miliardi di lire). Attraverso questa operazione D’Alema sperava di costruire attorno a sé un blocco di potere politico-editoriale-finanziario, simile a quello di Silvio Berlusconi. È rimasto con un palmo di naso. Lo stesso risultato ha ottenuto con la vicenda Unipol-Bnl e la scalata al Corriere della Sera, e ancora una volta a prevalere è stata la linea di Montezemolo e del settore storico della borghesia italiana, per altro sostenuto dai rappresentanti della Margherita che oggi si collocano con la maggioranza di Veltroni nel Pd. A differenza di quello che pensano i vendoliani lo scontro nel Pd, non è tra borghesi e socialdemocratici, ma tra burocrazie che aspirano a rappresentare (senza peraltro riuscirci) settori distinti della borghesia, oltre che lottare per il proprio potere personale. Non fa riflettere nessuno il fatto che D’Alema non ha mai condotto una sola battaglia politica fino alle sue estreme conseguenze? E che ha già detronizzato Veltroni nel ’94 senza che questo impedisse la deriva a destra dei Ds? O che Bersani, è uno dei personaggi più apprezzati da Confindustria? Non viene a nessuno il sospetto che le correnti del Pd siano in realtà cordate di potere legate ai potentati economici locali e che il Pd del Nord di Penati, Chiamparino e Cacciari si stia trasformando in una versione soft del leghismo che costruisce le proprie rendite di posizione attraverso la privatizzazione delle utilities? Che non c’è una sola cooperativa “rossa” che non sia infilata negli appalti locali lì dove il Pd governa, ma anche dove è all’opposizione in pieno spirito bipartisan, gestendo commesse ed affari, in amore e in accordo con il Pdl? A nessuno fa pensare che alcune tra le più importanti banche italiane (Unicredit, Intesa, Monte dei Paschi) abbiano a riferimento il Pd? Quando la nostra pecorella smarrita smetterà di chiedere soccorso al lupo? Forse quel giorno si aprirà una speranza per la sinistra in questo paese.

martedì 27 gennaio 2009

Una memoria per l'oggi - Nicola Tranfaglia

Serve a qualcosa la legge approvata dal nostro parlamento nel 2000, su iniziativa del centro-sinistra e del deputato Furio Colombo, per celebrare la liberazione del lager di Auschwiz, il fallimento della «soluzione finale» di Hitler e i milioni di donne, uomini e bambini massacrati nei campi di concentramento e di annientamento nazisti?
In un momento nel quale l'antisemitismo sembra ritornare di attualità anche da parte di forze che si riferiscono alla sinistra piuttosto che alla destra e in cui Israele si difende anche uccidendo civili, donne e bambini?
Si può rispondere di sì, se utilizziamo questo giorno per capire che cosa è successo nell'Europa e nell'Italia di quegli anni e cerchiamo di non ripetere gli stessi errori. Ma dobbiamo prendere atto di alcune cose che oggi tanti fingono di dimenticare.
La prima è che quei delitti furono commessi non da mostri ma da uomini comuni in Germania, in Italia, in tutta l'Europa del tempo. E che, violenza, guerra, negazione di democrazia, hanno continuato ad avere campo dopo il 1945 e continuano ad averlo oggi soprattutto in altre zone del mondo, a cominciare dal Medio Oriente, dalla Palestina e da Israele.
In un contesto diverso, bisogna ricordarlo. Allora regimi fascisti e tendenzialmente totalitari governavano una parte notevole dell'Europa e dell'Occidente, in quegli anni tentarono in maniera coerente di eliminare gli ebrei e tutti gli oppositori del Terzo Reich con l'aiuto di stati collaborazionisti come il regime di Vichy in Francia, la Repubblica Sociale in Italia, Quisling in Norvegia e furono vicini a riuscirci.
Basta ricordare alcune cifre che emergono dalle ricerche storiche degli ultimi anni: più di ottomila ebrei italiani morti nei lager, ventitremila deportati politici di cui più di diecimila non tornarono a casa, quasi ottocentomila militari internati nei campi tedeschi e decisi salvo la piccola percentuale del 5 per cento a non aderire alla Germania nazista.
Oggi quei regimi non esistono più e piuttosto convivono, a livello mondiale, democrazie imperfette con regimi tendenzialmente autoritari come quello della Russia di Putin, della Cina ex comunista e così via.
Le attuali democrazie sono non solo imperfette e contraddittorie ma, con tutta evidenza, in crisi perché gli stati nazionali contraddicono alla economia globale ma non si creano i necessari ordinamenti sovrannazionali.
Le guerre parziali e le violenze sono ancora troppo presenti. Gli uomini non riescono a vivere in pace e si contendono ancora la terra e le risorse economiche nel mondo.
E ancora si contrappongono sul piano ideologico-identitario come è il caso della disputa in Medio Oriente: lo scontro tra i palestinesi di Hamas e lo stato di Israele è fermo ancora al riconoscimento dello stato ebraico e non porterà alla pace, se non si uscirà dal contrasto sulla identità.
L'Iran ha assunto la leadership della tendenza più radicale che è contro la possibilità di trovare una via di conciliazione all'interno dell'Oriente e tra Oriente e Occidente.
Ma la tentazione di proseguire la politica di Bush che ha portato a danni assai gravi esiste ancora nonostante la presidenza di Obama in alcuni alleati europei.
E' difficile sperare che questo formidabile groviglio possa essere sciolto rapidamente dal nuovo presidente americano, se l'Europa non supererà la sua afasia e non farà la sua parte all'interno dell'Occidente.
C'è, insomma, il rischio di tornare indietro e di vedere riprodursi la barbarie e i massacri degli anni quaranta, se non si riesce a voltare pagina.
La crisi economico-finanziaria attuale può, con ogni probabilità, durare almeno per tutto il 2009 e finire non si sa quando. In questa situazione è più difficile la difesa e il progresso della democrazia, rispetto ai rischi indubbi di ritorno all'autoritarismo e ai governi personali, come quello di Putin in Russia e di Berlusconi in Italia.
La lunga avventura di Berlusconi, che si avvia a durare vent'anni, avviene in una «nazione difficile» come scrisse Giuseppe Galasso nel '94 e ora ha ripetuto lo storico inglese Duggan nella sua storia d'Italia.
Soltanto così si spiega l'ulteriore involuzione della democrazia repubblicana.
Non c'è da temere che si possa ritornare a forme storiche di fascismo ma certo possono, tuttavia, definirsi forme di governo che sono in contrasto con la separazione dei poteri, con lo stato di diritto, con il dettato costituzionale e un simile esito non può non preoccupare tutti quelli che si sono battuti per la democrazia e l'eguaglianza di tutti i cittadini.
Questa è la principale preoccupazione che si può avere in questa giornata della memoria del 27 gennaio 2009.
E' paradossale che, proprio quando ormai le ricerche storiche dimostrano a sufficienza che la «soluzione finale» che si tentò nella seconda guerra mondiale non fu soltanto la follia di Adolf Hitler ma un progetto del fascismo europeo e di quello repubblicano mussoliniano in Italia, si colgono le crepe e le difficoltà di una democrazia come quella italiana che pure è stata fondata proprio sulla lotta al fascismo.
Come si fa a uscire da un simile paradosso?
E come si può spingere gli italiani a svegliarsi da un lungo sonno e a lottare di nuovo per i nostri ideali repubblicani?
Non è una battaglia soltanto della sinistra ma di tutte le donne e gli uomini di buona volontà che hanno creduto nei principi fondamentali della costituzione repubblicana e che non possono abbandonarli ora che ce ne è più bisogno.
La battaglia principale occorre condurla su queste basi, mettendo da parte, a sinistra come altrove, le divisioni ideologiche tra chi si sente comunista o socialista e chi si sente democratico prima di ogni altra cosa.
O si riesce in questa impresa o vinceranno gli uomini e le forze che non hanno mai accettato i principi costituzionali e non vedono l'ora di metterli da parte e che credono di fatto al potere personale, versione moderna della dittatura.

martedì 20 gennaio 2009

Paolo Ferrero a Potenza il 23 Gennaio

Venerdì 23 gennaio alle 18.00, a Potenza
Sala Inguscio c/o Regione Basilicata
Iniziativa-dibattito con il segretario nazionale
Paolo Ferrero

martedì 23 dicembre 2008

Tre mozioni del PRC contro la finanziaria regionale

“Le ultime vicende giudiziarie, al di là dell’ esito delle inchieste che avrà altre sedi di risoluzione, rappresentano solo il punto finale del fallimento di un progetto politico, e di un sistema di potere, con elementi di trasversalità tra centrosinistra e centrodestra, che ha operato esclusivamente in una logica di occupazione e riproduzione del potere”. Lo affermano, in un comunicato stampa a firma congiunta, Angela Lombardi (mozione 1), Donato Marone, (mozione 3), Antonio Centonze (mozione 4) del Prc.
“Noi crediamo – affermano i 3 esponenti di Rifondazioen comunista - che bisogna lavorare ad un altro modello politico e sociale che rimetta al centro i diritti e il territorio come bene comune. Un altro progetto di società che è possibile se recuperiamo a partire da quello che facciamo la fiducia di quegli uomini e donne che la crisi la pagano già e continueranno a pagarla. Per questo non condividiamo la decisione della segreteria regionale del PRC di esprimere voto favorevole alla finanziaria regionale. Nel merito la manovra, è in continuità con le politiche di questa regione deboli ed inadeguate nei confronti dei ceti popolari. E’ inoltre un pessimo segnale di distanza da cittadini che hanno sentito i dirigenti di rifondazione dire che si sarebbero collocati all’opposizione di questo centro sinistra ma che hanno sempre dato il loro assenso, con elementi di ambiguità evidenti, alle finanziarie regionali. Pensiamo che il PRC debba misurarsi con una opposizione sociale che pure è possibile in questa regione, basti partire dall’attenzione che hanno avuto i GAP nei quartieri popolari e nelle fabbriche. La voglia di partecipazione e di autorganizzazione sociale c’è ed è da lì che costruiamo risposte alternative”.
Per i tre esponenti del Prc lucano “c’è la necessità di dare vita ad un'alternativa la quale non può essere rappresentata da risposte nate e maturate all'interno di segreterie di partito, scollegate persino dal partito stesso locale e nazionale. Non è un caso che il CPN (Comitato Politico Nazionale) la scorsa settimana ha votato un ordine del giorno in cui si chiarisce che Rifondazione sarà presente con sue liste autonome (niente biciclette o tricicli) in tutti i comuni sopra i 15 mila abitanti e alle provinciali. Per questo nonostante la segreteria regionale ci collochiamo all’opposizione delle scelte della giunta qualunque essa sia di De Filippo. Per questo continueremo a lavorare perché l’opposizione sociale in questa regione sia in grado di rappresentare sé stessa. Per questo sosteniamo con forza la decisione del CPN del PRC e saremo presenti alle prossime elezioni con liste autonome di rifondazione aperte ovviamente a quanti si battono per una alternativa di società. Non crediamo sia all’ordine del giorno un nuovo centrosinistra, perché non arrivano dal PD segnali di autocritica sulle politiche che fin qui sono state costruite, tutt’altro. Per questo lavoriamo ad aprire un dibattito vero che ricollochi il partito fuori da questo miracolo antisociale che è stato il modello lucano”.

venerdì 19 dicembre 2008

Inchieste giudiziarie: documento segreteria regionale PRC su questione morale

“ E’ FINITO UN CICLO POLITICO, SERVE DISCONTINUITA “

Rifondazione comunista in questi anni ha insistito ripetutamente sul tema della questione morale, quale questione prioritaria della riforma della politica nel Mezzogiorno e in Basilicata in particolare. E lo ha fatto con coerenza, sul terreno politico, ponendo sempre l’accento sulla connessione fra questione morale e questioni sociali. Povertà, emigrazione giovanile, disoccupazione, precarietà, da un lato, e sfruttamento delle risorse dall’altro, hanno determinato un contesto di passivizzazione e di vera e propria neocolonizzazione, fenomeni che abbiamo sempre messo in relazione con la crisi organica e generalizzata delle classi dirigenti regionali e del Mezzogiorno. Un groviglio in cui la politica e le istituzioni hanno perduto la loro natura di programmazione e di amministrazione del bene comune, divenendo spesso strumenti di interesse e di accumulazione particolare. La mercificazione e la privatizzazione ha attraversato ogni spazio sociale, anche la politica. Gran parte della classe dirigente meridionale oggi è prigioniera di un meccanismo che spinge a cercare il necessario consenso politico facendosi tramite del fiume delle sovvenzioni statali e europee. Il risultato è che una parte molto consistente di questi fondi non serve ad accrescere produttività sociale, a creare economia, lavoro, servizi più moderni, ma ad arricchire ceti parassitari e mestieri protetti: e la povera gente paga un prezzo enorme e crescente. Anche in Basilicata è accaduto questo, con maggioranze politiche ed elettorali che hanno esercitato un rapporto totalizzante con la società e l’economia, anche attraverso l’esclusione della sinistra alternativa dal governo regionale. La vicenda del petrolio è alla radice della questione morale in questa regione e le ultime vicende giudiziarie, a prescindere dai successivi sviluppi, possono rappresentare un campanello di allarme. Non solo per la mole di interessi e affari che si sono dipanati ai danni dell’ambiente e del territorio, e non solo per le responsabilità politiche che si sono consumate in questa vicenda; una questione su tutte, la vergognosa gestione complessiva delle trattative con l’Eni prima e con la Total poi. Basti pensare che fino al 2003 per il gas prelevato dai pozzi di petrolio la regione ha “dimenticato” di richiedere i compensi dovuti dalle multinazionali. Ma quel che è peggio, è che in questi anni mentre le multinazionali trivellavano questa terra, traendone profitti milionari, migliaia di ragazzi e di ragazze sono stati costretti ad emigrare verso il nord, in cerca di un lavoro precario, senza futuro. Questa è per noi innanzitutto la questione morale. La desertificazione prodotta in questi anni da una classe dirigente che non ha avuto un pensiero e uno sguardo sul destino della Basilicata e del Mezzogiorno. Oggi si impone la scelta di porre mano alla costruzione di un modello di avanzamento economico e civile. Dal Mezzogiorno deve ripartire il metodo della programmazione democratica in senso partecipativo delle risorse pubbliche europee, nazionali, regionali, delle politiche per il lavoro, l’ambiente, la formazione, l’energia, la salute. Un Mezzogiorno liberato dai “pesi della Storia”, necessita di un rinnovamento profondo e democratico delle classi dirigenti. Rifondazione Comunista in questi anni ha detto e scritto queste cose in solitudine, anche con atti di rottura come quello di uscire dalla maggioranza regionale due anni fa, attirandosi antipatie da opposte parti politiche. Oggi testardamente e coerentemente vogliamo rilanciarle perché vogliamo che si apra una discussione vera, che coinvolga tutta la società lucana, i partiti, le forze sociali, i movimenti, perché lo snodo di questa grave crisi sociale e politica è il destino di questa regione. E’ innanzitutto la politica a dovere fare i conti con se stessa, con una difficile quanto dirompente necessità di profonda riforma. Noi non siamo fra quelli che si esaltano “al tintinnar delle manette”. Al contrario, pensiamo che la questione morale non vada delegata al potere giudiziario, e che una nuova stagione giustizialista debba essere scongiurata, perché quando questo è accaduto, nella recente storia di questo paese, l’antipolitica che ne è scaturita ha determinato una cultura populista e della personalizzazione che ha aperto la strada ad un ciclo di egemonia delle destre sulla scena sociale. Di fronte ai fatti che afferiscono a nuove vicende giudiziarie che coinvolgono in queste ore diversi esponenti del Pd lucano, ci auguriamo innanzitutto uno sviluppo rapido delle indagini in modo da fare la massima chiarezza sulle presunte responsabilità politiche. E’ nostra opinione che in Basilicata, come in altre regioni del Mezzogiorno, si sia giunti alla fine di un ciclo politico e che pertanto occorra produrre degli atti conseguenti nella direzione di una riforma della politica e delle modalità dell’agire politico. Poniamo con determinazione la necessità di una rottura di discontinuità sul terreno del governo democratico delle risorse, su quello programmatico e delle classi dirigenti, come questione discriminante sul terreno politico e istituzionale, anche in relazione alle prossime scadenze amministrative e alla crisi che investe la maggioranza in consiglio regionale. Bisogna produrre un profondo cambiamento. Solo così si potrà determinare una risposta alla crisi sociale, economica, politica che investe questa regione, e che ha posto in evidenza il fallimento di un modello di sviluppo che con l’affare del petrolio rischia di affondare questa regione.

mercoledì 17 dicembre 2008

Basilicata, inchieste dimostrano fallimento classe politica. PRC da sempre in prima linea nelle denunce.

L’inchiesta giudiziaria che in queste ore riguarda anche la regione Basilicata parla con forza di quella crisi delle classi dirigenti che il Prc locale e nazionale da anni sottolineano. Senza entrare nel merito delle vicende giudiziarie, abbiamo il dovere di riflette sul modello politico sociale lucano costruito in questi dieci anni. L’intreccio tra politica e poteri forti consiste nella scelta politica di consegnare il territorio alla rapina delle multinazionali, non solo quelle petrolifere. Questo emerge dalle inchieste ma anche dal fallimento sociale di scelte che non hanno prodotto alcun “miracolo lucano” e di accordi privi del consenso popolare locale. Siamo dunque di fronte al fallimento di una politica di cui si è fatto interprete soprattutto il centro sinistra in un gioco di cooptazioni con il centrodestra. Ora la politica locale avrebbe il dovere di riflettere appunto sulla sua crisi e sul fallimento del modello che ha perseguito, invece si arrocca in una sua autodifesa e urla al complotto. Il Prc della Basilicata non ha altra strada se non quella di continuare nella costruzione di una opposizione politica e sociale che rimetta al centro la questione morale e la necessità di autoriforma della politica, la centralità dei diritti di lavoratori, giovani e disoccupati, la valorizzazione del territorio. Questi gli elementi necessari per una discontinuità non più rinviabile pure in Basilicata.

Paolo Ferrero
Segretario Nazionale PRC

Tolleranza Zero contro i mariuoli in Politica

La Basilicata celebrata con ottimismo tanto fatuo quanto irresponsabile come isola felice, viene travolta dall’ennesimo scandalo, annunciato e puntualmente avveratosi. Ricordiamo che in questi anni sull’accordo tra la total e la regione si sono consumate le lotte delle associazioni ambientaliste e dello stesso PRC che denunciavano di questa intesa i pericoli della poca trasparenza, dell’incompatibilità ambientale e soprattutto ne contestavano il furto di risorse senza nessun ritorno per la Basilicata. Senza entrare sulla questione giudiziaria, visto che siamo solo ad un ipotesi accusatoria, è doveroso comunque fare una riflessione politica sul quadro che esce non solo da questa inchiesta ( vedi Toghe lucane e Felandina) che pone al centro del dibattito politico regionale la questione morale, problema non più rinviabile, e questo non avendo paura di essere tacciati di moralismo né di giustizialismo, convinti come siamo che la questione non attiene soltanto alla sfera etica ma anche e soprattutto a quella economico sociale. Queste inchieste hanno messo in luce uno scambio politico- affaristico che intreccia interessi delle Lobbies con quelli politici tesi ad incrementare le proprie ricchezze svendendo il territorio in un contesto di disoccupazione, precarietà, deficit di autonomia, povertà che schiacciano soprattutto i giovani, le donne, gli anziani insieme all’ identità, alle tradizioni e al senso comunitario ( la classe dirigente lucana decide ormai solo sulla base delle convenienze proprie delle multinazionali, la destinazione e l’uso del nostro territorio e delle nostre risorse naturali). E dato che, come diceva E. Berlinquer, non è solo una questione di ladri e corrotti che vanno scovati denunciati e messi in galera, ma è anche l’occupazione militare del potere, il furto i legalità e opportunità dei diritti ai giovani che vengono mortificati nei vari concorsi farsa dove conta la tessera di partito al merito, l’utilizzo di quote di spesa pubblica che vengono investite nella produzione di consenso, con il solo scopo di incrementare la produttività elettorale, con evidenti danni sia alla sviluppo che a una sana democrazia. Per il PRC della provincia di Matera è arrivato il momento di dire basta, consapevoli che non è sufficiente la sola sterile denuncia, ma bisogna da oggi impegnarsi in azioni di lotta politica che mettono al centro del dibattito politico il corretto utilizzo delle risorse e il primato della legalità senza se e senza ma. Cominciando a dire che si faranno alleanze solo con liste che non abbiano tra i candidati politici coinvolti o rinviati a giudizio per reati contro la pubblica amministrazione .Consapevoli che solo questo non basta ma bisogna pur cominciare per dare un segnale forte ed inequivocabile alla pubblica opinione che si comincia la politica della tolleranza zero contro i mariuoli in politica.


Ottavio Frammartino

Segretario prov. PRC Matera